P come pazzia. L’infinito è una chimera, non avere limiti è sognare. Sogna l’infinito e prende quel che vuole.
P come persecuzione. Sulla sua strada c’è una preda, che ha tutti i mezzi sviluppati per sopravvivere. Ma non ha tregua. Nei suoi occhi la bramosia, voglia, ardore, determinazione. Fino alla fine.
P. P come Pointer.
Siamo appena scampati ai cinghialai. O meglio, scampati ad un ‘orda di improvvisati, un’accozzaglia che ricorda più un manipolo di banditi che una squadra di cacciatori. Siamo scappati perché ci hanno circondato, sotto, sopra, intorno, cani e postaioli e fucilate..il tutto senza un criterio, anarchia pura.
Poco sopra di noi tre colpi di carabina, ci buttiamo a gambe levate verso valle. Mao resta qui. Mao, il beccaccione rosso. Lo inseguiamo da qualche ora. Ma la pellaccia val più di un uccello di muschio. Arriviamo in macchina con il morale a pezzi. Incazzati, amareggiati. Così non può andare avanti ancora molto, prima o poi qualcuno si farà male. Non ci si diverte, non si sta bene. Metto in moto e partiamo alla ricerca di un angolo tranquillo, lontano dal fuoco nemico. Nel breve tragitto butto già uno spuntino. Faremo tardi e qualcosa nello stomaco ci vuole proprio. Metto le ridotte. Il fuoristrada annaspa un po’ ma sale alla fine sulla pista di fango , non vedo tracce recenti di altri veicoli. Forse la bella signora è ancora qui. Si, la bella signora che ci ha lasciato bussare invano alla sua porta qualche giorno fa…. Attila non ama molto le interruzioni. Non ama le soste prolungate, interrompere la cacciata, non ma le tappe di trasferimento, non ama che gli si cambino i programmi e soprattutto non ama i rompiscatole. Sarà la razza, sarà l’età ma è fatto così, forse sono le cattive compagnie, dopo tanti anni sembra assomigliarmi sempre di più. Sembra imbronciato e impaziente, direi quasi sembra che gli girino proprio. Saliamo verso il solito boschetto di carpini neri. Intorno i prati sono allagati. Non ci sono tracce sul fango, a parte quelle delle vacche al pascolo. Buon segno. Appena Attila arriva nei pressi dell’abitazione della signora, rallenta, è prudente. Ferma, riparte. Guida per qualche metro. Entra nel folto. Il beeper suona. Fermo. Ma non lo vedo. Sento che a tratti si muove e poi di nuovo suona fermo. Sento un battito d’ali, non la vedo. Il cane esce arrabbiato. Gira verso il limite basso del bosco, al limitare con gli arati. Di nuovo fermo. Fanno una danza strana i due amanti, odio e amore. Lei ritrosa cerca di richiudersi nelle sue stanze, lui segue il suo profumo. Un continuo fermarsi e ripartire, pause e scatti, piccoli passi cauti e ampie falcate nervose. Un salto, solo due colpi d’ala. Poi riprende la danza. Finchè lei ne ha troppo e va via verso il cuore della macchia, dove la luce passe leggera, filtrata da ragnatele di liane, edera, rovi e felci. Aggiro il bosco dall’esterno, non posso entrare da questa parte. Attila è nella parte alta. Non ha mai amato l’intrigo di spine, ginestre, prugnoli e rovi. Ma l’ardore lo spinge dentro. Entra appena una decina di metri, uno squillo e la vedo frullare dalla parte opposta, lontana dal cane. Tento una stoccata ma lei è più brava di me, ogni albero me lo regala per celare le sue grazie. Riprendiamo la sua ricerca. Salgo verso la parte sommitale della boscaglia, non troviamo nessun segnale utile. Cerco un varco. Trovo un trottoio, poco male. Uno di quei passaggi da entrare vestito e uscirne a brandelli. In alcuni punti passo rannicchiato, se volasse da qui mi farebbe di certo fesso. Intravedo una radura, luce. Intravedo un posto buono, se fossi io la signorina… e vedo il cane che di colpo rallenta e accosta con prudenza. Faccio il possibile per guadagnare una buona posizione. Il beeper trilla, Attila guida per qualche metro, nuovamente fermo. Lei vola una trentina di metri dal limite superiore degli alberi. Esce dal bosco verso la montagna, intravedo la direzione ma non so bene dove possa essere.
Richiamo il cane. Lo fermo. Una piccola pausa per calmarci e per lasciarla calmare. So già che appena ripartiremo lui andrà verso la rimessa della sua preda. Più agile e veloce di me. Se lei non sarà più che tranquilla lascerà il letto ancora caldo prima che io possa vederla… Lascio ripartire il mio vecchio amico. Lui va su sul fianco della montagna , nella direzione che ha preso la nostra bella preda. Io proseguo più in basso, tagliando su una pista fatta dal bestiame. Abbiamo percorso qualche centinaio di metri, c’è una zona di macchia sparsa con tre grossi alberi a foglia caduca. Non so se il cane avverta o osservi, so solo che arrivati nei pressi della vegetazione si fa più prudente, stringe la cerca, rallenta, interroga il vento, ha paura che scappi un’altra volta. Siamo quasi alla fine della zona di macchia, lui sale più in alto e entra dalla parte sommitale. Ferma, solo un istante, lei parte nervosa verso il basso, ad una ventina di passi da me. Le scorgo le striature, il chiaro della parte inferiore delle ali, l’occhio. Una stoccata rapida mette fine alla nostra sfida, sembra quasi esplodere e chiudersi come un fazzoletto in un pugno. La trovo ai piedi del sentiero, sotto un prugnolo selvatico. Bella, piena, la fucilata non l’ha particolarmente rovinata, profuma di bosco. Torniamo alla macchina. Attila è a pezzi. Ha dei graffi profondi. Qualche brutta spina che tolgo con cura. Gli fanno male le zampe, vedo delle escoriazioni, a casa una bella disinfettata e doppia razione. Un bacio sul testone nero, grazie amico e scusa se chiedo troppo ai tuoi anni e alle tue zampe..
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