Gestione della lepre
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Gestione della lepre
Prendendo spunto da un pensiero espresso da Sergio ( lepraiolo )ho deciso di aprire questa nuova discussione. In questa discussione potremmo analizzare e confrontarci sulle tematiche relative alla gestione e alle modalità di prelievo della lepre sui nostri territori. Gestione e prelievo che rispondano da un lato ad esigenze di sostenibilità faunistico/ambientale e dall'altro ad un nuovo metodo di concepire e praticare la caccia col cane da seguita ( sempre più etico e qualitativo e non finalizzato solo ed esclusivamente al numero di capi prelevati ).
Emanuele
Per ora è soltanto un sogno, ma se c'è la passione perchè non provarci [fiuu] -
non posso essere d'aiuto nell'analisi perchè dalle mie parti(Pavia)l'unico problema (per i lepraioli/segugisti)sembra essere il numero di orecchione che l'ambito dovrebbe mollare(e loro di conseguenza abbattere),senza interessarsi alla gestione del territorio che è la principale causa della pessima resa che hanno i ripopolamenti (e non solo di selvaggina pelosa).
quindi di etico e qualitativo quì da me non c'è nemmeno la gestione dei cani,che nella stragrande maggioranza dei casi non hanno documenti e fanno parte di quella grandissima famiglia di "MILLEGUSTI" che assomigliano a segugi.[nono]Commenta
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Penso che la fase essenziale sia quella di un censimento delle lepri presenti in zona e di conseguenza un piano di abbattimenti che miri a prelevarne una parte lasciandone abbastanza per assicurare una riproduzione sufficiente. Ma essenziale sarebbe anche un piano di lanci ma effettuati con animali catturati nelle ZRC limitrofe, che assicurerebbero la massima redditività.
Il tutto in aggiunta ad una politica di contenimento dei nocivi che é, se non indispensabile, necessaria.
ma senza un po' di autodisciplina dei cacciatori , tutto sarebbe inutile !!lucioCommenta
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Ottimo argomento
Nella mia provincia un terzo del territorio è adibito a zrc. con ottimi risultati,nel solo atc. collina si catturano ogni anno 2500 lepri.In ogni cattura il 20% del catturato viene reimmesso,ma scambiato,con lepri di altre zone,per evire consagunità.
Le zrc. hanno un comitato di gestione che comprende anche rappresentaze degli agricoltori. solitamente troviamo come responsabile un cacciatore che abita nella zona e spesso è anche un pensionato. Questa è di fatto una bella figura di operatore faunistico.
queste figure si curano di organizzare gli interventi per il controllo di volpi,gazze,nutrie ecc.
Da noi le zrc vennero istituite subito dopo la 2°guerra ,da un lungimirante dirigente venatorio di nome Badodi.
Sul numero totale delle catturate in tutti gli atc,che sono quattro verranno catturate più di 5000 lepri a fronte di una consistenza stimata di 20000.
Dopo circa 15 anni le zrc,che non danno risultati soddisfacenti,vengono trasferite in altre aree nuove.
Sull'argomento gestione mi fermo qui,per perlare poi del prelievo,sul quale ho una proposta che vi farò in modo ampio CiaosigpicCommenta
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Sergio indicativamente quanto sono estesi gli atc ? In provincia di alessandria ci sono 4 atc tutti superiori ai 40000 ettari.
Parlando ancora di gestione sono secondo voi da scartare a priori le ipotesi alternative di produzione di lepri in allevamenti con recinti di preambientamento gestiti dagli atc oppure l'acquisto di lepri da soggetti privati ? La risposta credo non sia univoca ma debba essere contestualizzata anche in base alle risorse di cui i diversi atc possono disporre ( risorse economiche, di volontariato, di habitat idoneo )
Emanuele
Per ora è soltanto un sogno, ma se c'è la passione perchè non provarci [fiuu]Commenta
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Ottimo Luigi! Più appassionati collaborano e meglio è! Col forum copriamo praticamente tutta Italia e quindi potremmo analizzare le diverse gestioni.
Dal discorso di Sergio mi sembra inveece emergano chiaramente due fattori critici di successo:
1 la lungimiranza nella gestione faunistica ( da anteporsi all'ottica lancio oggi prelevo domani )
2 la passione che unisce i cacciatori ( che potranno anche avere delle sane "rivalità" durante la stagione venatoria ( spero non basate solo sui numeri visto che ciò è spesso causa di comportamenti scorretti e comunque è un atteggiamento di basso livello) e porta al volontariato, forza trainante di una gestione vincenteEmanuele
Per ora è soltanto un sogno, ma se c'è la passione perchè non provarci [fiuu]Commenta
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Emanuele,il più grande dei nostri atc, è 70000 ettari di cui 40000 cacciabili,negli ettari inibiti alla caccia,ci sono :zrc,zone addestramento cani,aziende faunistiche,e fascie di protezione comunale,che di fatto sono a tutti gli effetti zone di piccole dimensioni,che producono un ottimo irradiamento nei territori circostanti,dove si pratica la caccia.
Gli atc da noi sono quattro per complessivi 120000ettari su 200000 che tutto il territorio agro forestale della provincia.
Le zone di ripopolamento vengono istituite con due finalita:grandi;minimo 2000 ettaricon confini delimitati da strade,per evitare il più possibile l'uscita della selvaggina,sarà definita zona di cattura,mentre altre saranno più piccole come dicevo prima ed i confini saranno su carraie e fossi,per favorire l'irradiamento. queste zone di irradiamento sono molto importanti,perchè durante l'addestramento dei cani,le lepri vi si vanno a rifugiare,per uscire poi quando a sua volta vengono disturbate anche dai lvori in agricoltura. Intorno a queste zone trovi "pastura" fino a stagione inoltrata.
Non credo che per la lepre si possano usare altri metodi di allevamento,in quando l'immissione di animali nati in cattività present sempre problemi di addattamento ambientale;primo tra tutti non conoscere gli animali nocivi. L'esperienza fatta con i fagiani che annualmente si liberano hanno insegnato che è meglio liberare meno e puntare sulla produzione,ed ottnere animali sevatici.
Anche lo stesso trasferimento di lepri di cattura dalla pianura alla montagna,presenta lo stesso problema.La lepre viene a trovarsi in difficolta per la mancatra conoscenza dei problemi di quel territrio.
Buoni risultati di catturi si sono ottenuti in zone addstramento cani istituite e recintate da privati. nonstante la pressione dell'addstramento,questi privati,a fine anno catturano e vendono un buo numero di lepri.sigpicCommenta
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<div align="left">Questo scritto si trova facilmente su internet, e riguarda l'esperienza dell'allevamento seminaturale di lepri, effettuato a Siena.
Il problema dei ripopolamenti
La pratica dei ripopolamenti con lepri allevate in cattività è tuttora
molto diffusa ed assorbe una notevole quantità di risorse economiche degli
enti delegati alla gestione faunistico-venatoria (A.T.C., Amministrazioni
Provinciali etc.). Molto spesso gli sforzi profusi non sono ripagati dai
risultati. A partire dall’inizio degli anni ’80 sono state portate avanti diverse
ricerche con l’ausilio di radiocollari per verificare la sopravvivenza di questo
tipo di animali dopo il rilascio nell’ambiente selvatico.
I risultati appaiono molto variabili, ma raramente si supera il 30% di sopravvivenza
dopo alcuni mesi. Il risultato migliore è stato ottenuto da Meineri et al
(1998): in questo caso, a distanza di sei mesi, il 70% dei leprotti era ancora
in vita. Va però precisato che gli animali erano stati allevati in parchetti
inerbiti e sono stati ambientati in un recinto di 1.500 mq situato sull’area di
rilascio. In linea di massima i migliori risultati si ottengono utilizzando
animali giovani (60-90 gg.) che presentano migliori capacità di adattamento
degli adulti. Grande importanza riveste l’ambiente dove si immettono gli
animali. I più alti indici di sopravvivenza si registrano in aree ad alta
vocazione e scarsa presenza di predatori.
Uno degli studi più completi è stato effettuato da Meriggi e coll.
(2001). E’ stata confrontata la sopravvivenza 3 categorie i lepri
(allevamento, importazione e cattura locale) in 3 diversi tipi di ambiente
(pianura irrigua, pianura a seminativi asciutti, collina). Le lepri di
allevamento hanno fatto registrare una sopravvivenza nulla in collina e nella
pianura irrigua, mentre nella pianura a seminativi asciutti sono sopravvissuti
il 20% dei soggetti. Le lepri di importazione hanno fatto registrare una
sopravvivenza del 10% nella pianura irrigua, del 30% nella pianura a
seminativi asciutti e del 50% in collina. Le lepri di cattura locale hanno fatto
registrare i migliori risultati con percentuali di sopravvivenza comprese fra
il 40% ed il 50% ad otto mesi dal rilascio. Le lepri di allevamento soffrono
una elevatissima mortalità da predazione nei primi giorni dal rilascio a causa
della loro scarsissima capacità di adattamento dovuta all’inesperienza e dal
basso livello di fitness.
L’allevamento in stretta cattività infatti viene attuato in gabbie o
cassette sopraelevate nelle quali gli animali possono muoversi pochissimo e
vengono alimentate con mangimi secchi. Questo tipo di situazione può
inoltre causare una indiretta selezione verso caratteristiche di docilità e
mansuetudine che contrastano con l’adattamento alla vita selvatica.
L’allevamento semi-naturale
Le prime iniziative di allevamento della lepre risalgono all’antica Roma.
Varrone (116-27 a.c.) racconta dei cosiddetti leporaria o leporarium che
erano delle aree recintate con muri di pietra. Dall’epoca medioevale in poi si
diffusero, presso la nobiltà, i parchi cintati al cui interno si svolgevano
battute di caccia. Alcuni di questi erano famosi per la caccia alla lepre. In
Francia Carlo IX (1550-1574) aveva istituito un parco per la caccia alla
lepre a Saint Germain. In queste aree a causa dell’impossibilità di irradiarsi
e dello spietato controllo dei predatori la selvaggina raggiungeva densità
innaturali seguite da epidemie che causavano mortalità elevatissime.
Con l’affermarsi dell’allevamento in stretta cattività, effettuato in
gabbie sopraelevate, ed a causa della difficoltà di controllare le patologie
tipiche dell’allevamento a terra, l’interesse verso l’allevamento seminaturale
andato via via scemando ed allo stato attuale viene praticato
prevalentemente in modo amatoriale.
La presente esperienza nasce dall’esigenza di riconsiderare questo tipo
di attività, che se pur non avendo una valenza economica, può fornire
soggetti di elevato livello qualitativo, in grado di sopravvivere e riprodursi
nell’ambiente selvatico ed essere una valida alternativa ai ripopolamenti con
animali allevati in stretta cattività le cui capacità di adattamento sono in
linea generale assai scarse.
Allo stato attuale non vi sono dati sulla sopravvivenza delle lepri così
allevate. Tuttavia non vi è dubbio che questi animali conducono una vita assai
simile a quella degli animali allo stato selvatico in quanto si alimentano in
modo naturale (di norma viene attuata solo una integrazione con orzo o
avena), hanno la possibilità di muoversi abbastanza liberamente e
difficilmente vanno incontro ad un processo di domesticazione.
I recinti della provincia di Siena
La quasi totalità dei recinti utilizzata per la presente esperienza non
sono stati realizzati espressamente per la lepre, ma piuttosto per
l’ambientamento dei galliformi. Alcuni erano dedicati all’ambientamento del
fagiano, molti altri sono serviti per i progetti di reintroduzione di starne e
pernici rosse. Tuttavia dato il notevole costo di realizzazione e di gestione
di queste strutture e data anche la necessità da parte degli A.T.C. di
disporre di lepri di qualità da utilizzare per il ripopolamento delle aree
protette a fini faunistico-venatori che venivano via via istituite (Zone di
Rispetto Venatorio), si è pensato di utilizzarle anche a questo scopo.
Le lepri catturate nelle Zone di Ripopolamento e Cattura vengono
impiegate prevalentemente per il ripopolamento del territorio a caccia
programmata e non sono sufficienti per altre finalità.
L’esperienza è durata 7 anni dal 1997 al 2003.
Materiali e metodi
Complessivamente l’esperienza ha riguardato 28 recinti. 7 nel 1997, 16
nel 1998, 19 nel 1999, 24 nel 2000, 18 nel 2001, 11 nel 2002, 10 nel 2003.
Questa variabilità è dovuta la fatto che all’inizio molti recinti non erano
stati realizzati e successivamente alcune strutture non sono state più
utilizzate perché risultate scarsamente produttive.
La dimensione media dei recinti è stata di 31.932 mq (d.s. 12.847) con
un minimo di 11.258 mq ed un massimo di 66.168 mq. Queste strutture sono
state realizzate con un recinzione a maglia sciolta alta 2 m circa fuori terra
ed interrata per 30 cm nel suolo. La recinzione era dotata di un gettante
esterno “antigatto” sporgente per 50 cm e piegato ad arco.
Annualmente in ogni recinto, nel mese di gennaio sono stati immessi i
riproduttori preventivamente catturati in Zone di Ripopolamento e Cattura
o Aziende Faunistico Venatorie della provincia di Siena. Non sono mai state
utilizzate lepri di allevamento. Di norma sono state sempre immesse 3
femmine e 2 maschi. Le catture sono state effettuate fra ottobre e
10
dicembre. Tuttavia a partire dal 1999 si è sempre cercato di catturare
entro la prima decade di novembre in quanto si è constatato che la mortalità
si concentrava prevalentemente negli ultimi due mesi dell’anno in
concomitanza con l’arrivo delle piogge e l’elevata umidità dei terreni. In
questo modo inoltre si lasciava “riposare” i terreni prima dell’immissione dei
nuovi soggetti così da abbassare la carica microbica e parassitaria. I
soggetti catturati sono stati utilizzati per il ripopolamento di Zone di
Rispetto Venatorio e non sono stati mai riutilizzati come riproduttori. Le
lepri al momento della cattura sono state esaminate per la determinazione
del sesso e dell’età (giovani dell’anno e adulti). Questo parametro è stato
stimato attraverso la palpazione del tubercolo di Stroh.
I recinti sono stati coltivati con essenze appetite dalla selvaggina
(grano tenero, orzo, avena, erba medica, lupinella, sorgo, saggina, cavolo da
foraggio etc.). Inoltre, in apposite mangiatoie, è stata fornita
costantemente una integrazione con avena od orzo e, durante l’inverno,
fieno di medica.
A partire dal 2001 sono stati predisposti per alcuni recinti, dei veri e
propri piani colturali per fornire le migliori condizioni alimentari per la
lepre. Per ciascun recinto è stato effettuato con strumentazione GPS, un
rilevamento topografico in modo da ricavare in modo esatto la posizione, la
superficie e l’uso del suolo. Questi dati, insieme al piano colturale sono stati
poi elaborati con l’ausilio di un software GIS (ARCVIEW®). .
Sono state inoltre rilevate altre caratteristiche ambientali quali la
pendenza, l’esposizione, il tipo di terreno. Quest’ultima caratteristica è
stata determinata attraverso l’analisi granulometrica effettuata con
metodo S.I.S.S. Una volta determinata la percentuale di sabbia, limo ed
11
argilla i terreni sono stati classificati attraverso il triangolo della tessitura
dei suoli secondo la scala granulometrica internazionale.
Si è inoltre determinato l’Indice di Shannon, il numero di varietà
colturali presenti in ciascun recinto, e il numero di appezzamenti per ettaro.
L’effetto delle variabili ambientali sulla produzione di lepri è stato
studiato singolarmente attraverso la regressione lineare. Successivamente
le stesse variabili sono state studiate nel loro complesso attraverso la
regressione multipla step-wise.
Risultati e discussione
Complessivamente dal 1997 al 2003 (Tab. 3) sono state prodotte 856
lepri con un saldo fra lepri immesse e catturate del 158,5%.
Il 2002 ed il 2003 sono risultati gli anni più produttivi. Questo
fenomeno è presumibilmente dovuto al miglioramento dei piani di
coltivazione ed al fatto che i recinti meno produttivi non sono stati più
utilizzati. In effetti non tutti i recinti sono stati in grado di produrre lepri.
Nel 2000 ad esempio, su 24 recinti utilizzati in ben 11, le lepri catturate
sono state in numero uguale od inferiore a quelle immesse. Nel 2003 invece
tutti i recinti utilizzati (10) hanno avuto esito positivo. Fra gli individui catturati il 59% è risultato costituito da giovani
dell’anno ed il 41% da soggetti adulti. La leggera prevalenza degli adulti
rispetto alle attese è probabilmente dovuta al fatto che la palpazione del
tubercolo di Stroh consente classificare come giovani i soggetti solo fino
all’età di 8-9 mesi e pertanto gli animali nati all’inizio della stagione
riproduttiva vengono classificati come adulti. Inoltre è assai probabile che in molti recinti alcune lepri sfuggano alla cattura con la conseguenza che
alcuni adulti vengano catturati l’anno successivo.
Il rilevamento della mortalità è risultato assai problematico a causa
delle dimensioni dei recinti. Dal 2000 al 2003 sono state rinvenute 159 lepri
morte pari al 15% del totale (lepri morte/lepri catturate + lepri morte). E’
probabile tuttavia che tale numero sia notevolmente sottostimato. Inoltre
solo in pochi casi gli animali deceduti sono stati rinvenuti in tempo utile per
una analisi necroscopica. Solo su 19 soggetti (12%) è stato possibile con
certezza risalire alla causa da parte dell’Istituto Zooprofilattico di Siena
La principale fattore di mortalità (68%) è risultato la Sindrome
della Lepre Bruna Europea (E.B.H.S.), mentre le altre patologie sembrano
rivestire un ruolo marginale. Va comunque sottolineato che la mortalità degli
individui più giovani è stata probabilmente sottostimata a causa del loro
difficile rinvenimento. Di conseguenza anche le cause di mortalità di questa
categoria tende a rimanere incerta.
La massima mortalità si è registrata in autunno ed in
particolare nel mese di novembre, periodo caratterizzato da elevata
piovosità ed umidità che sono appunto fattori che predispongono
all’insorgenza dell’E.B.H.S.
Un altro picco di mortalità (11,9%) si è registrato in gennaio dovuto
probabilmente allo stress della cattura e del trasferimento nel recinto.
L’analisi di regressione semplice (Tab. 12) ha evidenziato come fattori
negativi la percentuale di bosco (r2 0,118 P=0,002), la percentuale di
cespugliati (r2 0.065 P=0,029), la percentuale di argilla nel terreno (r2
0,188 P=0,001) e la pendenza media di ciascun recinto (r2 0,098 P=0,016).
Sono risultati invece correlati positivamente in modo statisticamente
significativo la percentuale di trasemina (r2 0,241 P<0,001), la percentuale di prato polifita (r2 0,368 P<0,001), l’Indice di Shannon (r2 0,093 P=0,050), il
numero di campetti per ha (r2 0,193 P=0,004), il numero di varietà colturali
(r2 0,212 P=0,002) e la percentuale di sabbia nel terreno (r2 0,180 P=0,001). I recinti con terreni classificati come sabbiosi hanno
fatto registrare una più elevata produzione rispetto a quelli argillosisabbiosi
in modo statisticamente significativo, mentre non hanno differito
rispetto a quelli sabbiosi-argillosi e sabbiosi-limosi. Per quanto riguarda
l’esposizione sono risultati favoriti i recinti con giacitura pianeggiante
rispetto a quelli con esposizione SE-S-SO-O, mentre non si è rilevato
differenze con quelli con esposizione E-NE-N-NO.
L’analisi di regressione multipla step-wise (Tab. 14) eliminando i fattori
meno significativi o che vengono spiegati dalle altre variabili analizzate ha
ristretto il campo delle fonti di variazione. Risultano come fattori negativi
la percentuale di bosco e stranamente anche la percentuale di vigneti ed
oliveti. Ugualmente negativi risultano i terreni caratterizzati dalla maggiore
argillosità. Il prato polifita rimane correlato positivamente con la
produzione di lepri.
Conclusioni
La pluriennale esperienza condotta dagli A.T.C. della provincia di Siena
ha permesso di verificare che l’allevamento semi-naturale della lepre, pur
essendo una attività che presenta notevoli difficoltà e rischi, può fornire
produzioni interessanti sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo.
Le caratteristiche ambientali del recinto, insieme alla sua gestione,
rivestono un ruolo essenziale per il successo di questo tipo di allevamento.
La dimensione del recinto sembra essere un fattore importante, ma
non decisivo. Strutture di 2-3 ettari consentono di realizzare buone
produzioni con uno sforzo gestionale relativamente contenuto.
Di grande importanza sembra invece essere la natura del terreno dove
è ubicato il recinto. I terreni sciolti, tendenzialmente sabbiosi sembrano
consentire condizioni ambientali migliori rispetto a quelli pesanti e argillosi.
Questi ultimi probabilmente trattengono maggiormente l’umidità del
terreno che favorisce l’insorgenza di patologie.
La presenza di superfici boscate è risultato un fattore negativo: la
lepre è una specie degli ambienti aperti che sfrutta raramente queste aree
nelle quali trova scarse risorse.
Fra le colture sembra che i prati polifiti rivestano una funzione
estremamente importante per questa specie. Probabilmente questi
appezzamenti consentono di soddisfare le esigenze nutritive della lepre in
modo continuo grazie alla presenza di più specie vegetali la cui disponibilità
è ben distribuita nel tempo. La composizione del miscuglio utilizzato è
riportato nella tabella 15. Ugualmente anche la trasemina, che consiste nella
consociazione temporanea di un cereale a paglia con una leguminosa
pratense, consente di mantenere un elevato valore pabulare
dell’appezzamento. I cereali invernali infatti costituiscono un foraggio assai
gradito alla lepre dalla fase di emergenza fino alla levata. Successivamente
con la maturazione, il processo di lignificazione della parete vegetale ne
abbassa notevolmente il valore nutrizionale. Solo dopo la raccolta grazie ai
residui della mietitura e ai ricacci delle erbe spontanee, questa coltura
riacquista interesse. La trasemina consente di evitare questo periodo di
carenza e di mantenere più a lungo un elevato valore nutritivo grazie alla
presenza della leguminosa. Questa tecnica colturale, un tempo molto
diffusa, che consentiva di ottenere nello stesso anno sia il raccolto del
cereale che uno sfalcio del prato od un pascolo per il bestiame, è stata di
fatto abbandonata dagli agricoltori in favore di tecniche più intensive.
Tuttavia è emerso recentemente che questo schema offre notevoli vantaggi
per molte specie di piccola selvaggina come lepri, fagiani e starne nonché
numerosi passeriformi (Potts, 1995).
Sembra inoltre conveniente suddividere il recinto in numerosi
appezzamenti coltivati con diverse specie vegetali ed in rotazione fra di
loro. E’ noto infatti che la lepre trova negli ecosistemi agricoli
caratterizzati da una elevata diversità colturale le condizioni di vita ideali
(Barnes e Tapper, 1983).
Per quanto riguarda la mortalità, il fattore più incisivo sembra essere
l’E.B.H.S. che può fortemente condizionare la produzione. Questa malattia
virale si manifesta principalmente in concomitanza con periodi di forte
piovosità ed in modo particolare in autunno. La cattura delle lepri entro i
primi di novembre si è dimostrata una possibile strategia per ridurre questo
rischio anche se occorre in questo caso immettere le lepri catturate in aree
protette in quanto la stagione venatoria è ancora aperta.
Le patologie derivanti da batteri e parassiti sembrano invece rivestire
un ruolo meno rilevante (anche se di più difficile rilevazione e valutazione).
Non sembrerebbe quindi che l’inquinamento del terreno da questi organismi
rappresenti un serio rischio purché i recinti vengano sottoposti a periodiche
lavorazioni. Alcune strutture hanno infatti mantenuto buone produzioni
anche per 5 anni di seguito. Ciononostante è consigliabile catturare ogni
anno tutte le lepri e mantenere un breve periodo di vuoto sanitario prima di
immettere nuovi riproduttori.
Si è inoltre constatato che spesso in alcuni recinti, specie in quelli di
maggiori dimensioni, alcune lepri sfuggono alla cattura. Questi recinti
tuttavia hanno comunque mostrato una buona produzione. Si direbbe quindi
che la presenza iniziale di un numero maggiore di lepri diminuisca il rischio
di fallimento o di bassa produzione derivante dalla mortalità dei
riproduttori di nuova immissione. Sembra pertanto consigliabile che almeno
nei recinti più grandi, immettere un numero di riproduttori più elevato
rispetto a quanto effettuato di norma in questa esperienza (3 femmine e 2
maschi) in modo particolare all’inizio del loro funzionamento.</div id="left">Emanuele
Per ora è soltanto un sogno, ma se c'è la passione perchè non provarci [fiuu]Commenta
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<div align="center" id="quote2"><table class="quote"><tr><td class="quotetd"></td></tr><tr><td class="quotetd2"><span class="quotetext">Messaggio inserito da lepraiolo
Ottimo argomento
Nella mia provincia un terzo del territorio è adibito a zrc. con ottimi risultati,nel solo atc. collina si catturano ogni anno 2500 lepri.In ogni cattura il 20% del catturato viene reimmesso,ma scambiato,con lepri di altre zone,per evire consagunità.
Le zrc. hanno un comitato di gestione che comprende anche rappresentaze degli agricoltori. solitamente troviamo come responsabile un cacciatore che abita nella zona e spesso è anche un pensionato. Questa è di fatto una bella figura di operatore faunistico.
queste figure si curano di organizzare gli interventi per il controllo di volpi,gazze,nutrie ecc.
Da noi le zrc vennero istituite subito dopo la 2°guerra ,da un lungimirante dirigente venatorio di nome Badodi.
Sul numero totale delle catturate in tutti gli atc,che sono quattro verranno catturate più di 5000 lepri a fronte di una consistenza stimata di 20000.
Dopo circa 15 anni le zrc,che non danno risultati soddisfacenti,vengono trasferite in altre aree nuove.
Sull'argomento gestione mi fermo qui,per perlare poi del prelievo,sul quale ho una proposta che vi farò in modo ampio Ciao
</span></td></tr></table></div align="center" id="quote2">
tutto giustissimo! giusto per puntualizzare,direi che le quasi 5000 lepri che si catturano ogni anno, si potrebbero dividere per i soli 3 atc...in quanto il 4,quello della montagna,non ha una gestione corretta delle zone..e con la storia della zona disagiata,una legge provinciale (se non erro ) ad doc ,ogni anno si accaparra il 3% del catturato totale dei altri 3 atc,cosa che io non ritengo corretta.
altro fattore interessante per la gestione, è la produttività delle zone,che incorrono in cicli.Anni buoni e anni mediocri,si alternano annate molto prolifiche,ad altre mediocri,ed altre ancora,in cui c'è il nulla assoluto.tanti fattori determinano ciò,prima di tutto quelli ambientali,poi quelli legati alle attività antropiche.
se riesco provo a trovare dei dati di più anniCommenta
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daccordissimo,Van Voc Van,sulle considerazioni che hai fatto sull'atc 4 della montagna.Il problema della non catturabilita in questo atc è lungo quanto la mia carriera venatoria. Ma conosci anche tu la mentalità che c'è in quelle zone per cui diccilmente cambieranno le cose,sempre per il problema di fondo che abbiamo: la mancanza di ricambio generazionale. solo cambiando la mentalità si potrebbe arrivare a risultati di cattura.
ciao Sergio.
http//blog.libero.it/segugioribellesigpicCommenta
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Oddio, che argomentone!
Io che vengo da luoghi fortunati, ne avrei da dire... ma ora non ho tempo: ieri, dopo due giornate intere di caccia, ho dimenticato di dar da mangiare ai cani [urlo](mio padre ha chiamato ora minacciandomi fisicamente)[bastone][bastone]____________________________________________
Paolino
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