Cacciava con una bracca tedesca e con un Breda cal.20
e usava un solo tipo di cartuccia: la JK6 piombo 5.
Al mattino presto usciva senza cane, in bicicletta, e andava a fare la posta alle anatre e poi, quando schiariva, percorreva le lanche e le morte del fiume, sempre alla ricerca di qualche collo verde.
Poi tornava a casa, sbrigava le sue faccende, si riposava un poco e poi, nella tarda mattinata, quando i cacciatori di città cominciavano ad avere il passo pesante e i cani stanchi, inforcava di nuovo la bicicletta, ma questa volta con la cagna adagiata nella cassetta della frutta legata al portapacchi e usciva a cercare “quel” fagiano.
Perché i fagiani non sono mica tutti uguali: non che lui disdegnasse i pollastri di lancio, quelli erano buoni per regalarli al dottore o al capufficio del figlio; ma per la caccia…per il piacere della caccia lui cercava i “pasturoni”, quelli furbi, quelli che se ne vanno di pedina, quelli che sanno confondere il cane meglio di una lepre furba e che poi partono cinquanta metri lontano, magari alle spalle del cacciatore.
Andava con la bicicletta non perché non avesse la patente, ma perché sosteneva che ai “suoi” fagiani bastava sentir sbattere lo sportello di un’automobile per squagliarsela e rendersi irreperibili.
Qualche volta mi portava con sé a caccia, ma io ero giovane e lui era un maestro severo.
Camminava svelto, molto svelto, per lunghi tratti e a me sembrava che trascurasse tanti angolini che a me parevano buoni.
Poi, senza apparente ragione, rallentava, si soffermava, indugiava quasi volesse esaminare ogni singolo filo d’erba, ogni ragnatela del bosco, e lasciava che la cagna facesse altrettanto: più che una cerca era una perquisizione.
Inutile dire che il più delle volte aveva ragione.
Non che si arrivasse sempre allo sparo, al contrario: il più delle volte, dopo ferme e guidate ripetute, si poteva solo sentire il frullo d’ali lontano, tra le canne di palude o nel fitto del bosco; oppure neppure quello, ma solo il canto beffardo del maschio che se ne andava non visto e scocciato.
Quando ciò accadeva lui scaricava il fucile, accendeva la sigaretta e si metteva a cercare: funghi, tarassaco, asparagi selvatici, e non sembrava poi tanto dispiaciuto che il “suo” fagiano se la fosse cavata anche questa volta.
Domani sarebbe tornato a cercarlo di nuovo e il divertimento sarebbe continuato fino al suo epilogo o fino alla fine della stagione.
Per lui andava bene così.
Il Signor Mario aveva già più di novant’anni e sapeva che era giusto così.

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