Era il tempo in cui l’America Latina veniva spietatamente colonizzata da Spagnoli e Portoghesi; nella civile Inghilterra i Tudor e gli Stuart si sbudellavano per il potere. Nella raffinata Francia, invece, l’aria era più tranquilla: Cattolici e Calvinisti si sgozzavano a vicenda e, tra Riforma e Controriforma, i Calvinisti (Ugonotti) nella notte di San Bartolomeo a Vassy venivano massacrati in 5000 con il loro capo Gaspard de Coligny. La potente Casa di Guisa aveva posto una grossa ipoteca nelle guerre di religione grazie anche all’aiuto del fervente cattolico Re di Francia manovrato dalla sua amante Diana di Poitiers e dal Duca Anne di Montmorency nonché dalla consorte Caterina de’ Medici, la quale aveva visto un’allarmante e crescente influenza degli Ugonotti nei confronti del figlio Carlo.
Era il tempo in cui il pensiero e la dottrina italiana Umanista di Petrarca, Boccaccio, Leonardo da Vinci, Pico della Mirandola, Erasmo da Rotterdam, arrivata all’ apogeo, cedeva il passo alla scuola Illuminista di René Descortes, Isaac Newton, Baruch Spinoza, Galileo Galilei. La rivoluzione scientifica demoliva lentamente ma inesorabilmente la concezione Tolemaica grazie alla formulazione della teoria eliostatica ad opera del polacco Niccolò Copernico.
Era il tempo in cui la Contea di Modica, (dove ho visto i miei natali e mi pregio di abitare) notizia che può interessare solo agli Henriquez-Cabrera se non si sono estinti, era governata da Luigi I e Anna la Giovane.
Così, mentre nel resto dell’Europa i regnanti erano, chi più chi meno, impegnati ad approfondire e a raffinare l’arte della macelleria, l’Italia distribuiva al mondo intero cultura, scienza, arte ….. di quella vera.
Musicisti, scultori, pittori, architetti, filosofi e pensatori nonché navigatori e santi, calcavano richiestissimi le scene dell’Europa dei Re, degli Imperatori e dei Papi..
Francia 1537, Estate
Palazzo di Tuileries
Nella sua personale biblioteca, che non aveva eguali nella Francia dell’epoca, Caterina de’ Medici, Regina di Francia, figlia di Lorenzo II de’ Medici Duca d’Urbino, sposa del Duca d’Orleans, divenuto Re di Francia col nome di Enrico II, seduta allo scrittoio, che da un’ampia finestra si affacciava sui favolosi Giardini di Tuileries, era in procinto di apporre il suo sigillo personale a una pergamena scritta di suo pugno e appena piegata.
Caterina, abbeveratasi fin da piccola nelle Medìcee fonti del sapere, si occupava di politica, di cultura e di musica. Non solo, anche di arte, di architettura: era appena stata terminata, appunto, la costruzione del castello di Monceau da lei commissionata.
Quel giorno, Lei, aveva scritto a suo padre, chiedendogli un grande servigio.
Affari di Stato? Complotti politici?
Niente di tutto questo.
Molti sanno che la Nostra si occupava di arte in generale, ma altrettanti non sanno che l’ars venandi era tra le sue preferite.
Ecco, in poche e semplici parole, magari esplicite ed in gergo non consone alla regalità del personaggio, il contenuto di quella lettera; per chi volesse consultare il testo originale, anche nella forma, con dialettica molto più raffinata della mia, può aprire a pag. 28 l’importante opera “IL BRACCO ITALIANO” di Giuseppe Colombo Manfroni – Editoriale Olimpia - 1988
-Caro Padre, qui in Francia si sta abbastanza bene, non posso dire altrettanto degli Ugonotti, ma i troppi affari politici, le molteplici ragion di stato, le consuete e quotidiane tediose congiure, hanno finito di rompere la mia regale persona e dare alla mia stabilità mentale un serio colpo.
Diana di Poitiers è sempre tra i piedi, ma è un personaggio che mi fa comodo e manipola molto bene il Duca di Montmorency; io da parte mia mi sto lavorando il Duca “Ciccio” di Guisa, il figlio di Claudio, per quella questione degli Ugonotti che stanno diventando veramente invadenti. Non so più cosa fare e non ci son Santi che possano far cambiare la testa a quel Gaspard de Coligny: vuol dire che rivolgerò le mie preghiere a San Bartolomeo.
Per fortuna, cavalli e caccia mi danno ben diverse soddisfazioni. Nonostante ciò, anche se non posso dire di spassarmela male, dato che sono la Regina di Francia, tuttavia mio marito il Re, possiede cavalli che non sono all’altezza perché non ce l’hanno. Invero non sono nemmeno campioni di beltà; quanto a vigoria in Italia verrebbero etichettati come ronzini spompati. Auspico che mi invii dei soggetti come quelli che avevo a disposizione in Italia; quindi vedi di procurarmi delle belle giumente.
Non parliamo dei cani da caccia! Il povero Enrico ne ha tanti, venuti dall’Inghilterra, ma il solo sentimento che possono suscitare è la pietà. Per piacere, dato che di cani inseguitori ne abbiamo fin troppi, fammi avere al più presto tre o quattro Bracchi (Italiani, sic! n.d.a.) tutti bianchi, , bene addestrati, di quelli gagliardi, alti e imponenti, con testoni grossi così, che gli faccio vedere io al Re come si va a caccia in Italia.-
Questa lettera ha un valore storico per la Nostra razza a dir poco strabiliante. Ci dà delle notizie ben precise e ce ne fa intuire delle altre.
Notizie deducibili:
già nel 1550, cioè 450 anni addietro, il Bracco Italiano era una razza ben delineata e fissata, la panmissi già allora era stata raggiunta; alla faccia di tutte le razze da ferma del mondo che al massimo, di vetustà, ne possono vantare 150;
Caterina de’ Medici specifica chiaramente che il Re aveva già fatto il pieno di cani inseguitori (se non erro segugi e/o levrieroidi).
la richiesta avanzata, esplicita, perentoria, era diretta verso ausiliari che, evidentemente, avevano caratteristiche venatorie ben differenti dagli “inseguitori”.
I Bracchi Italiani erano certamente avidi, in possesso di grande potenza olfattiva, temprati alla fatica, resistenti, grandi cacciatori, eleganti, irresistibili: degni di fare sfigurare financo i cani del Re di Francia, che, a parer mio, sprovveduto non poteva esserlo;
la caratteristica morfologica peculiare di questi cani era quella di essere imponenti e avere una testa importante;
il colore più pregiato, ma raro, che dava nobile lignaggio (cioè una specie di pedigree rilasciato dal DNA con ottime referenze genealogiche) al Bracco Italiano era il manto tutto bianco. Ergo: togliere dallo standard della razza questo colore potrebbe essere un grave errore, dato che gli scherzi genetici sono tanti e imprevedibili e non sempre malvagi. Perché stroncare a priori la possibilità di veder trottate sui campi di gara un mitico bianco di Caterina?
Notizie intuibili:
i Bracchi Italiani dovevano essere contrapposti ai levrieroidi e/o ai segugi: è evidente che la caratteristica opposta all’ inseguimento, nei cani da caccia Italiani, è la ferma;
a conti fatti, nessuno può negare che il Bracco Italiano ha almeno 500 anni di storia; di conseguenza almeno 350 anni in più di tutte le altre razze da ferma. Affermare che il Bracco Italiano è il padre, apportatore di preziosi geni, di tutte le razze da ferma del mondo non è cosa sbagliata;
richiedendo già cani avviati alla caccia e bene addestrati significa che già allora esistevano addestratori di cani da caccia, (anche se non paragonabili agli esosi, cit. in ord. alf. acché nessun si offenda, Bottani Sr. & Jr., ai Puttini, ai Rebaschio, ai Savioli e ai Tognolo), che per guadagnarsi il tozzo di pane, con questa attività, non potevano essere dei poveri dilettanti come il sottoscritto;
il Re e la Regina di Francia andavano a caccia. Bella scoperta! Ma come ci andavano a caccia, a piedi? -Pedibus calcantibus-, come miserabili questuanti che vagano per la campagna? A scorticare i loro preziosissimi piedi reali? A correre il rischio di prendere una slogatura? A correre il rischio di immergere le reali scarpine nella mota? A camminare per ore ed ore stancandosi inutilmente avendo a disposizione tutti i cavalli che loro volevano? Ecco come ci andavano a caccia: col cavallo.
Generalmente quando si va a caccia, sia col cavallo che a piedi come miserabili questuanti, i cani, a mio avviso, dovrebbero cercare, al classico tiro di schioppo, davanti al cacciatore.
Possiamo andare a caccia pedibus calcantibus, al limite della tolleranza, anche se abbiamo un lentaccione, ma col cavallo la musica è diversa.
Breve dissertazione musicale: da Lento e/o Molto Piano si cambia a Forte, Molto Forte, Impetuoso. Immagino quali sarebbero stati gli sberleffi del Re verso la Regina se i Bracchi Italiani non avessero sostenuto, durante le partite di caccia, le due prove più importanti: scovare la selvaggina e superare di molto l’andatura dei cavalli durante la cerca!
Invece i Bracchi Italiani, alla stessa stregua dei connazionali musicisti, scultori, pittori, architetti, filosofi e pensatori nonché navigatori e santi calcarono richiestissimi le scene dell’Europa dei Re, degli Imperatori e dei Papi..
Perché i Nostri cani da ferma ebbero questo successo? Per la ragione, molto semplice, che meglio degli altri cani trovavano la selvaggina, che erano molto ubbidienti, che erano infaticabili e, sovra tutto, riuscendo a tenere testa all’andatura dei cavalli, I BRACCHI ITALIANI POSSEDEVANO UNA SGAMBATA AMPIA, VELOCE, MOLTO SOSTENUTA!!
E’ fuor di dubbio che il trotto nel Bracco Italiano è fortemente fissato geneticamente e che l’impulso di questa andatura preferenziale parte dal suo cervello. L’impatto cromosomico del trotto è talmente forte che, ancora oggi, nonostante le manipolazioni dell’uomo, rimane come carattere sublimante, con le consuete varianti intrasogettive. Ritengo, perciò, che il trotto, ancora oggi e speriamo per il futuro, carattere eclatante del Bracco Italiano, lo fosse anche nel passato.
Detto ciò, come conseguenza, si può delineare approssimativamente un identikit del Bracco Italiano del XVI secolo:
cane vigoroso, imponente (non confondiamo l’obesità con l’imponenza), atleta, grande testa e portamento, grande potenza olfattiva, resistentissimo, ubbidiente, colore ricercato il bianco, corporatura asciutta e, quindi, andatura di trotto molto, molto spinta.
Queste alcune delle mie convinzioni sul Nostro, che, vivaddio, lungi dall’essere recte factum, sono impugnabili, opinabili, contestabili o, addirittura, sbagliate. In qualunque momento e occasione sono disposto a rivedere il mio retroterra.
Solo in un punto non mi si potrà mai smuovere: Bracco Italiano l’ho scritto e lo scriverò sempre MAIUSCOLO.
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