Partire è un po’ morire, recita un vecchio andante. Pressappoco come “ricordare è un po’ invecchiare”.
Non amo rivangare il passato, specialmente se si tratta di Caccia, anche perché la coltre benevola dell’ oblio spesso copre di un’ opalescente perfezione tutti i ricordi, rendendoli ragionevolmente accettabili. Ma se scavi, se gratti nel barile dei tuoi ricordi, ti accorgi che nulla è più inattendibile della verità filtrata dal tempo: perfino le tue avventure di caccia, se raccontate a distanza di anni, perdono di credibilità e di brillantezza.
E poi ricordare fa male. Ogni ricordo lascia una tacca sul metro della tua vita e ritornare indietro nel tempo significa per molti di noi limitare il senso di infinito che solo la caccia sa regalare….
Ma cosa posso farci, se tutto il compendio delle mie azioni, l’ essere cacciatore, è il risultato di tutto un passato di caccia, impossibile da dimenticare, che è esistito davvero e non è frutto di fantasia?
Allora mi chiedo spesso se la mia esperienza è ancora oggi affidabile e se io abbia ancora la capacità oggettiva di poterla trasmettere ai giovani. Sapete, Uomini dei Boschi, che quando scrivo di starne e di beccacce, ma soprattutto di ragionevole e ragionata gestione del territorio, ho la sensazione di parlare a me stesso o a pochi altri, peraltro già convinti essi stessi?
E allora prendo coscienza che chi ha conosciuto solamente “questa” realtà venatica e ha avuto solo “questi” impulsi di caccia, e ha vissuto solo “queste” esperienze dal sapore infinito, non può desiderare altre realtà possibili, non foss’ altro per il rispetto dovuto ai ricordi altrui.
Tuttavia, per giustificare le mie note tecnico-gestionali, i miei “momenti di vita” permeati di episodi celestiali venaticamente parlando, ancora una volta, mi vedo costretto ad andare a ritroso nel tempo; anche se fa male.
Ed è a proposito di questo fatto che mi permetto di confidarvi una mia verità: guardatevi dall’ ombra di un cerro.
La sua ombra “fa male”. Fa male perché “costringe” a ricordare, dicono i vecchi della mia Umbria. Io credo alle storie della mia terra, perché traspirano saggezza, tradizioni e magia popolare.
Ho sempre evitato di coricarmi sotto un cerro, ma in questo giorno di fine agosto il sole si faceva dare del lei e imperversava ovunque. Si vedevano solo alberi antichi all’ orizzonte e anche Ciack, stanco morto dal girovagare dell’ alba, si era già acciambellato sotto la vecchia quercia a pochi passi dal bivio di “fontanabuona”. Come facevo ogni volta, bevvi d’ un fiato l’ acqua della fonte; ma questa volta volli dimenticare l’ antico detto e mi sedetti davanti al mio cagnòlo appoggiando la schiena al tronco del cerro che pareva fosse stato piantato lì dal Padreterno proprio per me. C’ è giaciglio migliore, più accogliente e sicuro della nuda terra, quando si è stanchi? Un silenzio propiziatorio costrinse la mente a seguire il suo corso.
Ero in “allenamento” con Ciack dall’ alba, e così cominciai a pensare che il problema annoso dell’ allenamento del cane, non ostante tutte le nostre chiacchiere liberatorie, rimaneva ancora oggi irrisolto o mal risolto. Per i legislatori esistono, infatti, due categorie di ausiliari: quelli di serie A, con libretto di lavoro, che partecipano a gare nazionali e internazionali, e quelli di serie B che per allenarsi (!) hanno bisogno di fagiani, pernici e quaglie di allevamento abbattibili dagli spensieratissimi proprietari; tanto “spensierati” da confondere l’ allenamento del cane con la tiravolistica messa a disposizione (a pagamento) dal fagianodromo. Badate bene: parlo di allenamento, non di addestramento di un cuccioline che è tutta un’ altra cosa. Gli altri (tutti gli altri cani da caccia, cui basterebbe uno spazio decente per poter correre almeno un’ ora al giorno, allenarsi e mantenere i muscoli in esercizio), dovrebbero tranquillamente restare chiusi nei loro box per otto mesi, accumulare grasso e ipocondria e poi, quindici giorni prima dell’ apertura -esclusi naturalmente il martedì e il venerdì, per carità di Dio, altrimenti nonnetta s’ arrabbia!-, allenarsi e prepararsi per la stagione di caccia….Il che significa per l’ ottanta per cento dei cani, specie quelli che hanno superato il quarto/quinto anno di età, una condanna all’ abulia e agli “arresti domiciliari per la durata di mesi otto –omissis-“, per ritrovarsi poi all’ apertura di caccia, obesi, flosci, torpidi, precocemente invecchiati e probabilmente esposti a ogni tipo di malattia. Ciack, facendomi l’ occhiolino dalla sua ciambella senza il buco, si gode l’ ombra del cerro e senza darlo a vedere, presumo che se la stia ridendo sotto i baffi. Questo accade, o se preferite accadrebbe, se i proprietari/cacciatori si affidassero supinamente alle leggi vigenti (sich!) e non cercassero altre soluzioni, sicuramente trasgressive e penalizzanti, ma che haimé, non offrono nessun’ altra possibilità di scelta. Il fatto è che, non solo la legge attuale sembra considerare il problema “allenamento cani” esclusivamente in funzione dell’ allenamento con sparo su selvaggina liberata, ma ci si mette addirittura l’ Istituto Nazionale che, pure se per altri versi è puntuale e conseguente, ci suggerirci soltanto le due soluzioni, Zona A e Zona B, (1° volume “Documenti orientativi per la pianificazione faunistico venatoria” –ndr-), confondendo
l’ “allenamento” con l’ “addestramento”.<O:p</O:p
E una zona “C”, mai? Perché è di questo che avremmo bisogno per allenare i nostri cani: una zona congeniale al loro lavoro, con conformazione geopedologica e vegetazionale congrua. E per congeniale e congrua intendo, prima di tutto gratis, non legata a tessere o/e a gabelle, datosi che i versamenti per “esercitare” -fino a prova contraria- sono annuali!, e ampia quel tanto che occorra perché i nostri ausiliari si possano esprimere come se fossero a caccia in un ambiente morfologicamente comparabile a quello che sarà poi il terreno frequentato durante l’ atto venatico: anche i cani di serie C (quelli da caccia!) hanno diritto alla loro “libera uscita”, cribbio!
Questa mezz’ ora di ombra al bivio di “fontanabuona” mi fa ripensare immediatamente alle critiche e alle considerazioni fatte sui Siti specializzati in questi giorni di fine agosto, pochi giorni prima della partenza ufficiale, in merito a questo o quel calendario venatorio appena pubblicato. Le critiche si sprecano, pur se legittime. Ma nessuno, dico nessuno, che mortifichi il ritardo vergognoso della pubblicazione del calendario stesso che sarebbe dovuto sortire “entro il 15 di giugno!”. E allora mi ritornano alla mente tutte le modifiche alla 157 scritte e suggerite dal sottoscritto fin dal lontano 1996, alcune delle quali suscitarono per l’ epoca non poche perplessità alle organizzazioni venatiche e non solo, e che oggi si ritrovano puntualmente sulle varie “proposte di modifica” siglate da questa o quell’ entità politica o sindacale. Indegnamente, ma poi non tanto, mi compiaccio con me stesso per aver interpretato per ben dodici anni il ruolo ingombrante dell’ oracolo interrogato dagli dèi per conoscere il futuro, anche se non nascondo che vorrei tanto ritrovare nell’ elenco delle “Modifiche” proposte fino ad oggi anche tutti gli altri miei ritocchi e aggiustamenti, certo come sono che molti di essi rappresenterebbero di per sé una svolta epocale all’ interno dell’ intero impianto legislativo. Perché in caccia, tanto per fare degli esempi che qualcuno si ostina a considerare “quisquiglie”, proteggere non è conservare e con l’ orologio, il calendario, il tesserino, la bussola e la penna è impossibile “leggere” la luce, determinare le abitudini e i ritmi temporali dei selvatici, programmare le stagioni, prevedere le migrazioni, e –sopra ogni altra cosa- continuare abitudini e tradizioni che si perdono nella notte dei tempi….
Qualcuno potrebbe obiettare che i tempi sono cambiati, che se una volta si poteva parcheggiare al centro della città, oggi non si può più, e…. D’ accordo, d’ accordo. E allora perché sorridere dei boscimani quando li vediamo in TV senza scarpe, loro che per tradizioni millenarie non le hanno mai indossate? Ah, già, le tradizioni: la cultura di un popolo, direte voi. Ma allora se questo è vero –come è vero!- perché la normativa del ’92 sulla carta ne esalta i criteri e nella pratica le considera alla stessa stregua degli hamburger per Rex, cane commissario, e cioè roba da mangiare? Ma questa è un’ altra storia.
François Marie Arouet ebbe a dire in un suo intervento all’ Académie Française che “se parlando con qualcuno tu hai la sensazione di non essere compreso, e chi ti ascolta ha la medesima sensazione, quella cioè di non riuscire a comprendere ciò che gli stai dicendo, allora questa è filosofia pura”. Su questo stesso Sito, tempo fa, qualcuno ebbe a criticare le mie convinzioni filosofiche definendole prive di ogni effetto pratico. Tuttavia le verità esposte al mondo dal grande filosofo parigino, conosciuto da tutti sotto lo pseudonimo di Voltaire, continuano ancora a stupirmi.
Guardo l’ orologio e lascio il mio giaciglio con le idee leggermente confuse. Ciack si alza scodinzolando intuendo il mio calo d’ umore.
Per come stanno andando le cose in caccia al giorno d’ oggi, abbiamo compreso entrambi che i risultati derivanti dalle operazioni coniugate in democrazia danno sempre soluzioni difficili….
Ancora una volta i saggi del paese avevano ragione: non coricatevi mai sotto l’ ombra di un cerro.
Perché ricordare è un po’ invecchiare.
Sergio Gunnella
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