Uno.
04.45 a.m.
Occhi spalancati, prima che suoni la sveglia. Come sempre. Tutto è già pronto, per non far rumore. Mi muovo a luci spente, per non svegliare le mie donne. Tutto inutile. “Dove vai con questa influenza? Sei pazzoooo…. Certo che se era per uscire con meeee ….“ Dalla stanza accanto una vocina, più delicata ma non meno insinuante: “ ma dov’è che va Papà a quest’ora di domenica?” Porca vacca, peggio di due secondini le mia amate ragazze…L’amore è una delle cose più belle che ti possano capitare..ma è una di quelle che spesso ti fanno uscire di casa a gambe levate nel cuore della notte.Aria! Aria! Stare chiuso in casa non fa per me. Un paio di giorni con una rogna di influenza e sono già una fossa di liquami pronta a scoppiare. L’autoradio del vecchio catorcio ingoia con piacere una raccolta di vecchi pezzi degli Stones. La freddezza del dischetto non toglie del tutto l’aria fumosa e il fruscio delle incisioni con 40anni di stagionatura.. Mia piace alzarmi presto, la città e le strade sono deserte, mie. Ho tutto il tempo che voglio… e lo voglio tutto fino alla fine. La fine? Quando la puntina si alza dal solco sul vinile e resta solo un fruscio, almeno me la immagino così…. Apre le danze Wild Horses… mi piace pensare che quel rockettaro del babbo negli che furono l’ascoltava al tempo che presi vita nel pancione di quella bella figlia che allora era mamma… sarà..ma questa musica me la sento nelle vene. Poi è il turno di Paint It Black, te la ricordi? Attila sembra annuire, i titoli di coda del suo film preferito..
Due.
Qualche giorno prima.
Sembra che non ci siano stati nuovi arrivi. Non c’è un bel tabellone con arrivi e partenza. Quel che puoi comprendere te lo dicono i cani, i selvatici, il terreno, sempre che abbia voglia di leggere i fatti. Il cane è nervoso, arrabbiato, frustrato. Le trova nervose. Poche e nervose. Ormai impaesate. Sanno tutti i segreti e trucchetti del posto che ormai da qualche settimana è casa loro. Avranno già avuto modo di conoscere il rumore dei cani che arrivano, la voce e i fischi degli umani, il suono dei campani e il rumore delle fucilate e il piombo che fischia e a volte brucia. Io sono solo, sto in silenzio, ho lo stretto e necessario per essere leggero e silenzioso, anche le ghette le ho lasciate in macchina. Ho tolto il vecchio campano sardo, compagno di tante belle giornate, metronomo che scandisce la musica della nostra affiatata orchestra. Non si fanno fermare. Il cane è cauto come un ladro nella notte. Ha messo da parte l’irruenza della sua razza. Insegue un’ombra e si muove silenzioso nel suo cono, fantasma che insegue spettri nel bosco. Ma a nulla serve. Torniamo stanchi verso il pendio che porta alla macchina. Sono sfinito e incazzato, ma la sfida è una droga, quando l’avversario è imprevedibile e scaltro. Prima di affrontare l’ultima salita, Attila, il vecchio compagno ritornato in campo dopo due anni di riposo, cambia percorso. Scende lungo un pendio scosceso che porta a delle balconate di roccia, bellissimi seni ricchi di vegetazione della signora delle rose. Non lo seguo. Troppo distante e fuori percorso. Mi costerebbe risalire da tutt’altra parte e una faticata senza prezzo. Il beeper suona. Mi arriva un’eco lontana, cullata dal vento. Cerco di scendere. Appena intravedo il cane la vedo partire dall’estremità opposta del boschetto. Il vecchio riparte, come se non avesse addosso le sue cinque ore di sgroppare tra pietre, lecci , calanchi e morene. Va sulla seconda balconata. Di nuovo suona. Parte che nemmeno la vedo, bassa, solo un leggero battito d’ali. Attila non molla e la rintraccia in un gruppo di lecci che coprono una morena, insidiosa come una vipera. Stavolta è sul limite superiore, ferma verso il basso. La beccaccia va di pedina. Lui lascia e cerca di aggirarla da sotto. Nulla da fare. Parte prima che io possa piazzarmi, stavolta va verso una macchia scura sospesa nel vuoto. Richiamo il cagnone. “Torniamo vecchio mio, stavolta ha vinto lei, ma tu sei stato un grande. Torneremo, non ti preoccupare.”
Tre.
07.00 a.m.
Sono di nuovo in auto. Stesse strade. Qualche anno è passato da quando percorrevo queste strade tre volte alla settimana. Stesse emozioni. Mi piace la puzza dei cani dietro. La voce del vecchio che appena lasciamo la statale comincia a farsi sentire, impaziente. Rifletto sulle cacciate passate, sulle più belle, quelle che ancora devo fare. Come la caccia la vita è bella per questo. Mi piace guardare con occhio critico a quel che è stato per capire meglio quel che potrebbe essere domani..E finchè non si spegne la luce è partita aperta sempre e comunque. Superato l’ultimo svincolo l’auto scoda un po’, una vecchia baldracca che fa i capricci sull’asfalto ghiacciato, buon segno. Ridacchio contento, penso alle belle ragazze color caramello di Honky Tonk Women, che ancheggiano ammiccanti sul tavolo di una birreria….I riff di Keith Richards sono un’iniezione di vitalità dritta al cervello, Mick con quella boccaccia spudorata mi sembra un po’ stonato, ci sta, fa parte del personaggio con le sue movenze allusive da bollino rosso. Chissà oggi le mie signorine lassù alle rose se saranno così ammiccanti o confidenti o faranno piuttosto le difficili….”Bella non sai quello che ti perdi ahahahahaha”, una bella pegoraro del 9..altro che bacetti…ihih. Attila rompe là dietro e anch’io sono un stanco di stare in auto. Il vecchio carrozzone brontolando si arrampica, scoda sul basolato appena fuori dal paese e poi ringhia e ruggisce sulla strada bianca, giusto il tempo di godermi Brown Sugar, per me la mia brown sugar ha le ali color muschio. Gimme shelter fa quasi paura.. War, children, it’s just a shot away!! *****. Mi fanno impazzire. Batto le mani sul volante come un tamburo, mi agito a tempo dell’armonica… non riesco a star fermo… è gioia di vivere *****! Spingo il pedale del gas, insieme agganciamo i tornanti della montagna come amanti che si ritrovano.. vita rabbia voglia adrenalina, mischiati come i profumi di un incontro tra fiori, nella notte…
War, children, it's just a shot away
It's just a shot away
It's just a shot away
It's just a shot away
It's just a shot away
I tell you love, sister, it's just a kiss away
It's just a kiss away
It's just a kiss away
It's just a kiss away
It's just a kiss away
Kiss away, kiss away
Quattro.
07.30 a.m.
Arriviamo che fa un freddo boia. M’è passato raffreddore, mal di testa, nausea..altro che prescrizioni… dovrebbero prescrivere montagne e passione. Nella trisacca metto solo una manciata di cartucce, la corda per ogni evenienza e la fiaschetta dell’estrema unzione. Siamo rapidi e coordinati, affiatati e speculari come due ossa cresciute insieme. Sulla prima rimessa la vedo volare prima che arrivi il cane. La bisbetica che si butta nei canaloni verso il vuoto. Il cane arriva, accerta, si incazza come un bufalo e parte. Sa di cosa si tratta, come altre volte. Entra in un boschetto. Non lo vedo più. Sparisce. In lontananza sento rotolare dei sassi. Saranno un duecento metri abbondanti, più avanti e sopra di me. Una grande lingua morenica. Il buon vecchio sa il mestiere e se la fa tutta, ma oggi non siamo per le signore col becco rosso, non lo seguo. Aspetto che finisca la sua azione, per rispetto, poi lo richiamo. Un fischio e dopo poco affaccia interrogativo da sopra una spelonca. “Scendi bandito che non siamo qui per questo”…
Riprendiamo la cacciata verso valle, tagliamo a incrocio i boschetti sparsi sule creste di calcare grigio. Le prime rimesse sono tutte disabitate. A valle il cane rallenta e alza la lunga canna nasale interrogando un alito di vento. Si dirige cauto verso un gruppo di alberi, buona vegetazione, umido e sottobosco come da sacre scritture. A forza di inseguire animali sospettosi lo diventi pure tu alla fine… mi accorgo prima di un salto, poi di un’ombra color nocciola che fugge silenziosa dall’estremità opposta del boschetto. Tutta la mattinata a inseguire due folletti, fino a scendere fin troppo a valle. Sempre così. Il cane avverte, ferma… lei è già partita o parte lontana… Il letto è caldo ma la signora è già andata via, solo il suo bel profumo. Il tempo va via veloce. Riprendiamo la via del ritorno, risalendo i pendii che portano alla macchina. Tanti posti buoni, nulla. Ritroviamo la fanciulla color nocciola, io sono molto sotto rispetto al cane e le ovviamente vola verso la parte opposta, per quanto mi riguarda camperà cent’anni. Le auguro lunga vita e tanti bei pinocchietti stronzi come la mamma… Saliamo verso l’ultimo pianoro prima di arrivare a destinazione. So già che il mio compagno andrà a farsi un giretto verso le balze sotto il pianoro, alla ricerca della prima maliarda. Credo ormai si conoscano e si capiscano a vicenda. Stavolta non mi faccio trovare impreparato, scendo dietro al cane, lo seguo come meglio posso… Si scivola peggio che sui pattini. Vedo la sagoma scura del cane affiorare tra due zanne di roccia, rallenta, sembra una pantera con quella sua testa nera. La tiene a filo di vento, sente, sa di doverle dare del Lei, nessuna libertà o confidenza. Ferma sul ciglio di una caduta. Dal vuoto sottostante si sente il vento tra i vecchi lecci aggrappati alla roccia. La sento frullare. Il rumore è di una bella signorina, di quelle con tanta bella carne addosso … Ma nemmeno un’ombra. Il pointer riparte. Ovviamente sa già dove andare, lui, non io. E non me lo spiego neppure. Forse ho pure smesso di chiedermelo. Lo seguo e basta, senza metterlo in dubbio. Ad obbedire sono io. Scende più in basso, a filo dell’orrido. *****, sali che nemmeno i fiori ti possono portare, te li tirano direttamente da quassù … Lui invece scende più in basso di un boschetto che sembra un sopracciglio nero sulla fronte della montagna delle rose. Stupido, ho capito solo adesso. Le vuol tagliare la strada. E difatti la ferma dall’estremità opposta, dal basso verso l’alto, mettendola tra lui e me. Ma è distante, il terreno è impervio e scivoloso, faccio fatica ad avvicinarmi, ogni metro è una conquista, ogni rintocco del beeper una clessidra che sgrana con sofferenza la speranza. E difatti la sento partire. La intravedo distante tornare indietro. Almeno le fatto cambiare strada, non è andata verso la gola che le ha salvato le penne l’ultima volta. Attila risale, incolume, un sospiro di sollievo, ho sempre il timore che possa fare un salto nel nulla.. E in queste montagne, ultime roccaforti delle cotorne, non è una cosa tanto difficile.. Ripartiamo. Stavolta mi sa che abbiamo qualche possibilità in più…leggo qualcosa di simile in un lampo maligno dello sguardo del cane, soddisfatto di averla spiazzata..Gli animali sono abitudinari, furbi e scaltri finchè giocano con tutte le carte nascoste, cambiagli le regole del gioco e puoi far breccia nelle loro difese.. Attila questo lo sa e parte deciso verso una conca alberata, incastonata come un ventre di vergine in un costone impervio. Anche stavolta la prende dal basso. Siamo di nuovo distanti. Sento il suono del suo collare. Corro come posso, usando mani e gambe.. Appena il cane si accorge che sono sulla sommità del boschetto lascia…per un attimo temo che sia frullata appena smette il beep … invece sento pochi passi lenti, sul crepitare di un letto inviolato di foglie morte. Sta cercando di aggirarla il bastardo, che gran figlio di puttana… So che lei marca i miei rumori, cerca di sapere dove sono. Silenzio, anche il respiro si fa timido. Non muovo nemmeno un passo, per paura del minimo rumore. Il cane è fermo dalla parte opposta del boschetto. La sento frullare, fragorosa, incazzata, esasperata … Passa pochi metri sopra la mia testa, alla mia destra, un boomerang col becco, saetta tra le cime. Sono inclinato su un fianco, faccio perno sul sinistro, ruoto, nemmeno il tempo dell’imbracciata, è una stoccata ad un’ombra che fugge nel buio della lecceta. Non vedo nient’altro. Il vento del canalone mi porta una nuvola di piume, la mia vecchia cara riserva personale di pegoraro tradizionale del 9 ha fatto il suo sporco bravo lavoro. Il vecchio cagnone va al recupero, non la rovina ma la strapazza un po’. Soddisfatto, come me. Lo abbraccio felice. Questa è l’ultima dell’anno che sta finendo, la più bella, più bella anche di carnieri più generosi e di animali di mole maggiore. Questa è stata la più bella, sudata, faticata, guadagnata, da ricordare. Ci concediamo una pausa seduti sulla nuda roccia sopra il dirupo. Io, Attila e la signora color muschio. Metto mano alla fiasca, ci sta proprio bene, sorseggio un po’, l’ultimo goccio lo schizzo in bocca al mio amico, il malvagio.
Torniamo alla macchina soddisfatti, ce la rimiriamo un’altra volta, bella davvero. Lo carezzo, un bacio sulla fronte.
Cosa vuoi ascoltare Attì? “Angie”? la tua preferita, ok….
Il Runner sobbalza sulla ghiaia della carrareccia, cullandoci nei nostri sogni, in uno stato di beatitudine, di stanca soddisfazione.. Non torneremo più per quest’anno alle rose, ormai fa freddo enon c’è più qui ad aspettarci una bella signora vestita di muschio….Ci cullano le note di un piano e di un amore finito :
But Angie, I still love you, baby
Ev'rywhere I look I see your eyes
There ain't a woman that comes close to you
Come on Baby, dry your eyes
But Angie, Angie, ain't it good to be alive?
Angie, Angie, they can't say we never tried
04.45 a.m.
Occhi spalancati, prima che suoni la sveglia. Come sempre. Tutto è già pronto, per non far rumore. Mi muovo a luci spente, per non svegliare le mie donne. Tutto inutile. “Dove vai con questa influenza? Sei pazzoooo…. Certo che se era per uscire con meeee ….“ Dalla stanza accanto una vocina, più delicata ma non meno insinuante: “ ma dov’è che va Papà a quest’ora di domenica?” Porca vacca, peggio di due secondini le mia amate ragazze…L’amore è una delle cose più belle che ti possano capitare..ma è una di quelle che spesso ti fanno uscire di casa a gambe levate nel cuore della notte.Aria! Aria! Stare chiuso in casa non fa per me. Un paio di giorni con una rogna di influenza e sono già una fossa di liquami pronta a scoppiare. L’autoradio del vecchio catorcio ingoia con piacere una raccolta di vecchi pezzi degli Stones. La freddezza del dischetto non toglie del tutto l’aria fumosa e il fruscio delle incisioni con 40anni di stagionatura.. Mia piace alzarmi presto, la città e le strade sono deserte, mie. Ho tutto il tempo che voglio… e lo voglio tutto fino alla fine. La fine? Quando la puntina si alza dal solco sul vinile e resta solo un fruscio, almeno me la immagino così…. Apre le danze Wild Horses… mi piace pensare che quel rockettaro del babbo negli che furono l’ascoltava al tempo che presi vita nel pancione di quella bella figlia che allora era mamma… sarà..ma questa musica me la sento nelle vene. Poi è il turno di Paint It Black, te la ricordi? Attila sembra annuire, i titoli di coda del suo film preferito..
Due.
Qualche giorno prima.
Sembra che non ci siano stati nuovi arrivi. Non c’è un bel tabellone con arrivi e partenza. Quel che puoi comprendere te lo dicono i cani, i selvatici, il terreno, sempre che abbia voglia di leggere i fatti. Il cane è nervoso, arrabbiato, frustrato. Le trova nervose. Poche e nervose. Ormai impaesate. Sanno tutti i segreti e trucchetti del posto che ormai da qualche settimana è casa loro. Avranno già avuto modo di conoscere il rumore dei cani che arrivano, la voce e i fischi degli umani, il suono dei campani e il rumore delle fucilate e il piombo che fischia e a volte brucia. Io sono solo, sto in silenzio, ho lo stretto e necessario per essere leggero e silenzioso, anche le ghette le ho lasciate in macchina. Ho tolto il vecchio campano sardo, compagno di tante belle giornate, metronomo che scandisce la musica della nostra affiatata orchestra. Non si fanno fermare. Il cane è cauto come un ladro nella notte. Ha messo da parte l’irruenza della sua razza. Insegue un’ombra e si muove silenzioso nel suo cono, fantasma che insegue spettri nel bosco. Ma a nulla serve. Torniamo stanchi verso il pendio che porta alla macchina. Sono sfinito e incazzato, ma la sfida è una droga, quando l’avversario è imprevedibile e scaltro. Prima di affrontare l’ultima salita, Attila, il vecchio compagno ritornato in campo dopo due anni di riposo, cambia percorso. Scende lungo un pendio scosceso che porta a delle balconate di roccia, bellissimi seni ricchi di vegetazione della signora delle rose. Non lo seguo. Troppo distante e fuori percorso. Mi costerebbe risalire da tutt’altra parte e una faticata senza prezzo. Il beeper suona. Mi arriva un’eco lontana, cullata dal vento. Cerco di scendere. Appena intravedo il cane la vedo partire dall’estremità opposta del boschetto. Il vecchio riparte, come se non avesse addosso le sue cinque ore di sgroppare tra pietre, lecci , calanchi e morene. Va sulla seconda balconata. Di nuovo suona. Parte che nemmeno la vedo, bassa, solo un leggero battito d’ali. Attila non molla e la rintraccia in un gruppo di lecci che coprono una morena, insidiosa come una vipera. Stavolta è sul limite superiore, ferma verso il basso. La beccaccia va di pedina. Lui lascia e cerca di aggirarla da sotto. Nulla da fare. Parte prima che io possa piazzarmi, stavolta va verso una macchia scura sospesa nel vuoto. Richiamo il cagnone. “Torniamo vecchio mio, stavolta ha vinto lei, ma tu sei stato un grande. Torneremo, non ti preoccupare.”
Tre.
07.00 a.m.
Sono di nuovo in auto. Stesse strade. Qualche anno è passato da quando percorrevo queste strade tre volte alla settimana. Stesse emozioni. Mi piace la puzza dei cani dietro. La voce del vecchio che appena lasciamo la statale comincia a farsi sentire, impaziente. Rifletto sulle cacciate passate, sulle più belle, quelle che ancora devo fare. Come la caccia la vita è bella per questo. Mi piace guardare con occhio critico a quel che è stato per capire meglio quel che potrebbe essere domani..E finchè non si spegne la luce è partita aperta sempre e comunque. Superato l’ultimo svincolo l’auto scoda un po’, una vecchia baldracca che fa i capricci sull’asfalto ghiacciato, buon segno. Ridacchio contento, penso alle belle ragazze color caramello di Honky Tonk Women, che ancheggiano ammiccanti sul tavolo di una birreria….I riff di Keith Richards sono un’iniezione di vitalità dritta al cervello, Mick con quella boccaccia spudorata mi sembra un po’ stonato, ci sta, fa parte del personaggio con le sue movenze allusive da bollino rosso. Chissà oggi le mie signorine lassù alle rose se saranno così ammiccanti o confidenti o faranno piuttosto le difficili….”Bella non sai quello che ti perdi ahahahahaha”, una bella pegoraro del 9..altro che bacetti…ihih. Attila rompe là dietro e anch’io sono un stanco di stare in auto. Il vecchio carrozzone brontolando si arrampica, scoda sul basolato appena fuori dal paese e poi ringhia e ruggisce sulla strada bianca, giusto il tempo di godermi Brown Sugar, per me la mia brown sugar ha le ali color muschio. Gimme shelter fa quasi paura.. War, children, it’s just a shot away!! *****. Mi fanno impazzire. Batto le mani sul volante come un tamburo, mi agito a tempo dell’armonica… non riesco a star fermo… è gioia di vivere *****! Spingo il pedale del gas, insieme agganciamo i tornanti della montagna come amanti che si ritrovano.. vita rabbia voglia adrenalina, mischiati come i profumi di un incontro tra fiori, nella notte…
War, children, it's just a shot away
It's just a shot away
It's just a shot away
It's just a shot away
It's just a shot away
I tell you love, sister, it's just a kiss away
It's just a kiss away
It's just a kiss away
It's just a kiss away
It's just a kiss away
Kiss away, kiss away
Quattro.
07.30 a.m.
Arriviamo che fa un freddo boia. M’è passato raffreddore, mal di testa, nausea..altro che prescrizioni… dovrebbero prescrivere montagne e passione. Nella trisacca metto solo una manciata di cartucce, la corda per ogni evenienza e la fiaschetta dell’estrema unzione. Siamo rapidi e coordinati, affiatati e speculari come due ossa cresciute insieme. Sulla prima rimessa la vedo volare prima che arrivi il cane. La bisbetica che si butta nei canaloni verso il vuoto. Il cane arriva, accerta, si incazza come un bufalo e parte. Sa di cosa si tratta, come altre volte. Entra in un boschetto. Non lo vedo più. Sparisce. In lontananza sento rotolare dei sassi. Saranno un duecento metri abbondanti, più avanti e sopra di me. Una grande lingua morenica. Il buon vecchio sa il mestiere e se la fa tutta, ma oggi non siamo per le signore col becco rosso, non lo seguo. Aspetto che finisca la sua azione, per rispetto, poi lo richiamo. Un fischio e dopo poco affaccia interrogativo da sopra una spelonca. “Scendi bandito che non siamo qui per questo”…
Riprendiamo la cacciata verso valle, tagliamo a incrocio i boschetti sparsi sule creste di calcare grigio. Le prime rimesse sono tutte disabitate. A valle il cane rallenta e alza la lunga canna nasale interrogando un alito di vento. Si dirige cauto verso un gruppo di alberi, buona vegetazione, umido e sottobosco come da sacre scritture. A forza di inseguire animali sospettosi lo diventi pure tu alla fine… mi accorgo prima di un salto, poi di un’ombra color nocciola che fugge silenziosa dall’estremità opposta del boschetto. Tutta la mattinata a inseguire due folletti, fino a scendere fin troppo a valle. Sempre così. Il cane avverte, ferma… lei è già partita o parte lontana… Il letto è caldo ma la signora è già andata via, solo il suo bel profumo. Il tempo va via veloce. Riprendiamo la via del ritorno, risalendo i pendii che portano alla macchina. Tanti posti buoni, nulla. Ritroviamo la fanciulla color nocciola, io sono molto sotto rispetto al cane e le ovviamente vola verso la parte opposta, per quanto mi riguarda camperà cent’anni. Le auguro lunga vita e tanti bei pinocchietti stronzi come la mamma… Saliamo verso l’ultimo pianoro prima di arrivare a destinazione. So già che il mio compagno andrà a farsi un giretto verso le balze sotto il pianoro, alla ricerca della prima maliarda. Credo ormai si conoscano e si capiscano a vicenda. Stavolta non mi faccio trovare impreparato, scendo dietro al cane, lo seguo come meglio posso… Si scivola peggio che sui pattini. Vedo la sagoma scura del cane affiorare tra due zanne di roccia, rallenta, sembra una pantera con quella sua testa nera. La tiene a filo di vento, sente, sa di doverle dare del Lei, nessuna libertà o confidenza. Ferma sul ciglio di una caduta. Dal vuoto sottostante si sente il vento tra i vecchi lecci aggrappati alla roccia. La sento frullare. Il rumore è di una bella signorina, di quelle con tanta bella carne addosso … Ma nemmeno un’ombra. Il pointer riparte. Ovviamente sa già dove andare, lui, non io. E non me lo spiego neppure. Forse ho pure smesso di chiedermelo. Lo seguo e basta, senza metterlo in dubbio. Ad obbedire sono io. Scende più in basso, a filo dell’orrido. *****, sali che nemmeno i fiori ti possono portare, te li tirano direttamente da quassù … Lui invece scende più in basso di un boschetto che sembra un sopracciglio nero sulla fronte della montagna delle rose. Stupido, ho capito solo adesso. Le vuol tagliare la strada. E difatti la ferma dall’estremità opposta, dal basso verso l’alto, mettendola tra lui e me. Ma è distante, il terreno è impervio e scivoloso, faccio fatica ad avvicinarmi, ogni metro è una conquista, ogni rintocco del beeper una clessidra che sgrana con sofferenza la speranza. E difatti la sento partire. La intravedo distante tornare indietro. Almeno le fatto cambiare strada, non è andata verso la gola che le ha salvato le penne l’ultima volta. Attila risale, incolume, un sospiro di sollievo, ho sempre il timore che possa fare un salto nel nulla.. E in queste montagne, ultime roccaforti delle cotorne, non è una cosa tanto difficile.. Ripartiamo. Stavolta mi sa che abbiamo qualche possibilità in più…leggo qualcosa di simile in un lampo maligno dello sguardo del cane, soddisfatto di averla spiazzata..Gli animali sono abitudinari, furbi e scaltri finchè giocano con tutte le carte nascoste, cambiagli le regole del gioco e puoi far breccia nelle loro difese.. Attila questo lo sa e parte deciso verso una conca alberata, incastonata come un ventre di vergine in un costone impervio. Anche stavolta la prende dal basso. Siamo di nuovo distanti. Sento il suono del suo collare. Corro come posso, usando mani e gambe.. Appena il cane si accorge che sono sulla sommità del boschetto lascia…per un attimo temo che sia frullata appena smette il beep … invece sento pochi passi lenti, sul crepitare di un letto inviolato di foglie morte. Sta cercando di aggirarla il bastardo, che gran figlio di puttana… So che lei marca i miei rumori, cerca di sapere dove sono. Silenzio, anche il respiro si fa timido. Non muovo nemmeno un passo, per paura del minimo rumore. Il cane è fermo dalla parte opposta del boschetto. La sento frullare, fragorosa, incazzata, esasperata … Passa pochi metri sopra la mia testa, alla mia destra, un boomerang col becco, saetta tra le cime. Sono inclinato su un fianco, faccio perno sul sinistro, ruoto, nemmeno il tempo dell’imbracciata, è una stoccata ad un’ombra che fugge nel buio della lecceta. Non vedo nient’altro. Il vento del canalone mi porta una nuvola di piume, la mia vecchia cara riserva personale di pegoraro tradizionale del 9 ha fatto il suo sporco bravo lavoro. Il vecchio cagnone va al recupero, non la rovina ma la strapazza un po’. Soddisfatto, come me. Lo abbraccio felice. Questa è l’ultima dell’anno che sta finendo, la più bella, più bella anche di carnieri più generosi e di animali di mole maggiore. Questa è stata la più bella, sudata, faticata, guadagnata, da ricordare. Ci concediamo una pausa seduti sulla nuda roccia sopra il dirupo. Io, Attila e la signora color muschio. Metto mano alla fiasca, ci sta proprio bene, sorseggio un po’, l’ultimo goccio lo schizzo in bocca al mio amico, il malvagio.
Torniamo alla macchina soddisfatti, ce la rimiriamo un’altra volta, bella davvero. Lo carezzo, un bacio sulla fronte.
Cosa vuoi ascoltare Attì? “Angie”? la tua preferita, ok….
Il Runner sobbalza sulla ghiaia della carrareccia, cullandoci nei nostri sogni, in uno stato di beatitudine, di stanca soddisfazione.. Non torneremo più per quest’anno alle rose, ormai fa freddo enon c’è più qui ad aspettarci una bella signora vestita di muschio….Ci cullano le note di un piano e di un amore finito :
But Angie, I still love you, baby
Ev'rywhere I look I see your eyes
There ain't a woman that comes close to you
Come on Baby, dry your eyes
But Angie, Angie, ain't it good to be alive?
Angie, Angie, they can't say we never tried
Gio
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