Ometto ulteriori particolari, in quanto ne sono a conoscenza solo per vox populi, quindi con informazioni in aperto contrasto tra di loro, come per esempio la distanza esistente tra ferito e feritore, mi attengo perciò solo ai fatti esposti sopra, gli unici di cui sono effettivamente certo, anche per una forma di rispetto verso i protagonisti.
Tutto ciò però, mi induce a due riflessioni:
1) Io ho praticato la caccia al cinghiale lungo tutta la mia adolescenza e gioventù, in quanto mio padre faceva parte di una squadra: posso assicurarvi che se esiste in Italia un posto dove è sconsigliabile usare tali carabine, quello è proprio il sottobosco aspromontano, ricchissimo di vegetazione e dove le visuali sono veramente minime. I posti con maggiore visuale sono i letti delle nostre fiumare, ma vi lascio immaginare cosa potrebbe succedere se un proiettile di carabina(arma letale anche a due o tre chilometri di distanza) dovesse rimbalzare su un qualsiasi masso o pietra. Devo dire che ai tempi in cui partecipavo alle battute, di semi-automatici se ne vedevano ben pochi, molti cacciatori avevano ancora doppietta o sovrapposto, eppure, i nostri bei cinghiali li abbiamo sempre portati a casa.
2) Escludendo la caccia agli ungulati e ai grandi mammiferi nelle zone alpine, dove la morfologia del territorio e la tipologia di caccia ti obbligano ad usare armi del genere, vorrei far presente quel che è l'essenza della caccia, a mio modesto parere, si intende. La caccia è sogno, ricerca, conoscenza, scelta delle attrezzature, intesa con l'ausiliare, scelta della postazione o del luogo dove esercitare la vagante, la caccia solo alla fine è sparare e recuperare il selvatico. In tutto questo, però, c'è una cosa da tener sempre presente: e cioè, lasciare al selvatico, alla sua forza, alla sua astuzia, alla sua intelligenza, una possibilità CONCRETA di sopravvivenza. Al di fuori del comparto alpino, non pensate che l'uso di tali carabine precluda ai selvatici questa possibilità?
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