L’altra mattina, scendendo in giardino dopo l’acquazzone del giorno precedente, sorpresa: Una moltitudine di chiodini, a ceppi in quantità come non ne avevo mai vista in pochi metri quadri, vicino ad un ceppo di Bagolaro, detto anche “Spaccasassi”o Celtis Australis come corretto nome botanico, le cui radici ancora emergono a tratti come vene serpiginose a fior di terra dipartendosi dall’estinto ceppo.


Il raccolto si è protratto per un paio di giorni in considerazione dei diversi gradi di maturazione delle varie famigliole ma ha soddisfatto i palati di diversi familiari, amici e vicini. Ed una considerevole scorta è finita in congelatore a…futuro “selvatico” in padella.
Il Chiodino, Famigliola, Gabarö, Funch de gabada o, in modo dotto, Armillaria mellea, è noto per possedere un’ emolisina tossica ma termolabile che viene inattivata da una scottata per una decina di minuti che elimina anche una lieve “bavosità tipica, dopo di che può essere congelato senza problemi. Sia ben chiaro che si tratta di un effetto che potrebbe, al limite procurare qualche piccolo inconveniente digestivo, nulla di tragico.
Comunque, dopo la classica scottatina in acqua bollente per 10 minuti, una parte è finita in padella per la “trifola:
Ingredienti:
• Una quantità di chiodini a piacere, puliti, lavati e “scottati” come detto.
• 3 – 4 cucchiai di buon olio d’oliva in proporzione alla quantità dei funghi.
• Un bello spicchio d’aglio
• Le foglioline di un rametto di rosmarino
• Una bella cucchiaiata di prezzemolo tritato
• Un “giudizio” di peperoncino per gli amanti del genere…
Soffriggere l’aglio e le foglioline di rosmarino nell’olio; aggiungere i chiodini magari tagliando i più grossi ma con tanto di gambo che diventa legnoso solo nei più vecchi.
Lasciare asciugare l’acqua che produrranno (10° minuti) ed aggiungere la nostra spolverata di prezzemolo, l’eventuale pimenta, e i chiodini trifolati sono pronti.
Qualora si volesse fare un bel risotto alla milanese (senza zafferano) con i chiodini questi vanno aggiunti dopo la sfumatura col vino del riso tostato e,come diceva il mio amico Luciano da Maresca: ecco il risotto “co’ bahi” (risotto con i lombrichi come disse la prima volta che l’assaggiò vedendo i gambi dei chiodini nel mezzo del riso). Però gli piacque di molto e tutte le volte che veniva da noi a Milano: quand’è che mi fai “risotto co’ bahi?“.
Questi sopra descritti sono finiti ad accompagnare una saporita germanella incarnierata una settimana prima e sottoposta alle cure della “Pollastra” con una inedita ricetta di odori di inaspettato successo che verrà qui postata come “Germano alla “Pollastra”.
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