La caccia non è guerra
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Risposta scelta da Massimiliano 29-10-25, 10:59.
Per completezza di informazione copio&incollo l'articolo in questione pubblicato il 24 maggio 2025 sulla rubrica "Piccola posta" de "Il foglio".
Ps. È stata dura rintracciarlo......
Piccola Posta Riflessione sulla caccia come hobby e sul gusto di uccidere
Adriano Sofri 24 mag 2025
"Il governo sta per varare un decreto che allarga a dismisura la licenza di uccidere gli animali selvatici. I cacciatori sono sempre meno, soprattutto quelli all'antica, ma resta potente la lobby delle armi e delle munizioni, e aggressiva quella degli associati, in nome della caccia come sport
L’Italia non è, per il momento, in guerra. Non è stata invasa, non ha invaso un territorio d’altri. (L’Albania, questa volta l’ha messa graziosamente in ginocchio). E’ tempo di ricordare la più pregnante definizione della guerra: la guerra è la caccia all’uomo. La caccia, utilità alimentare a parte (sempre fortemente sopravvalutata, e oggi del tutto irrilevante) è stata una forma decisiva di educazione maschile – “l’uomo è cacciatore” vuol dire infatti prima di tutto che è cacciatore di donne – e di addestramento alla guerra. Ora, in tempo di fortunosa pace, in un paese che in grande e documentata maggioranza detesta la caccia e la vorrebbe abolita, il governo sta per varare un decreto che prolunga nell’ambiente naturale quello abominevole sulla “sicurezza”, e allarga a dismisura la licenza di uccidere gli altri animali selvatici – “il prelievo venatorio”, anestetica formula per un autentico bracconaggio. Dalla possibilità di cacciare in spiaggia, “magari coi bagnanti”, all’ampliamento delle aperture, all’abolizione dei limiti stagionali nelle “aree faunistico venatorie”, alla riduzione delle aree protette, che non superino il 30 per cento, alla riapertura dei roccoli (gli impianti per catturare gli uccelli migratori vivi), alla legalizzazione dei richiami vivi. Mario Tozzi scrive di “misure che fanno rabbrividire”.
Per il governo vigente le tenerezze (benvenute) verso gli animali domestici vanno risarcite con la crudeltà verso quelli in libertà condizionata, “la selvaggina” – res nullius, come la diceva la legge antica, cosa di nessuno, cioè di tutti, prima che la fauna selvatica venisse riconosciuta e protetta come “patrimonio indisponibile dello stato”. I cacciatori sono sempre meno, quelli all’antica pressoché estinti, e molti fra i viventi disgustati dai nuovi arrivati, ma resta potente la lobby delle armi e delle munizioni, e aggressiva quella degli associati, magari in nome della caccia come sport – non c’è niente di meno sportivo. Il potere tradizionale delle corporazioni di cacciatori è tale da superare perfino la devozione alla proprietà privata: il codice civile autorizza l’accesso dei cacciatori nei terreni privati anche contro il volere del proprietario. Articolo singolarmente caro alla Coldiretti, che deve avere una sua contropartita.
Tozzi: “La risposta alla domanda sul perché si caccia oggi è tristemente nota, si caccia per il gusto di uccidere. Il piacere sta tutto lì. Le nuove concessioni ai cacciatori vanno tutte in quel senso”. Aggiungo una postilla di tetra attualità. “Si caccia solo per il gusto di uccidere” somiglia alla frase imprudente del generale e politico israeliano che ha fatto scandalo nei giorni scorsi, sull’ “uccidere bambini per hobby”. Cose diverse, diversissime, s’intende. Tuttavia."
Dopo una veloce inizio di lettura, ed una piu ardua continuazione, aggiungo una breve considerazione personale.
A parte la sequenza di imbarazzanti considerazioni quali l'accostamento di uomo come cacciatore di donne , di caccia come forma educativa ed addestramento alla guerra , il fine pensatore va avanti traendo conclusioni che dimostrano di non aver fatto altreo che un copia&incolla dei commenti trovati su FB e di non aver neanche dato un'occhiata per sbaglio alle norme che regolano la caccia, il tutto con l'inestimabile supporto dell'indiscusso "fascioninfluenzer" geo Tozzi.
Cosi so capace anche io di essere giornalista...😂🤣
A completamento la risposta alle suddette affermazioni:
La caccia non è guerra: risposta etica e culturale a Sofri
Giuliano Milana risponde ad Adriano Sofri che ha pesantemente criticato la caccia, liquidandola come un'attività crudele e superflua
Nel suo recente intervento su Il Foglio (Riflessione sulla caccia come hobby e sul gusto di uccidere, 24 maggio), Adriano Sofri paragona la caccia alla guerra, definendola una “licenza di uccidere” e liquidandola come un’attività crudele e superflua, alimentata dal “piacere di uccidere”. Un’affermazione che, oltre a ignorare la realtà normativa e scientifica della gestione faunistica in Italia, rischia di alimentare una retorica dannosa, lontana dai fatti.
La caccia in Italia non è un arbitrio né un atto individuale, ma un’attività rigorosamente regolata dalla legge 157/1992, recepita dalle Direttive europee “Uccelli” (2009/147/CE) e “Habitat” (92/43/CEE). Ogni prelievo venatorio è autorizzato solo su parere tecnico dell’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che valuta tempi, modalità e limiti per assicurare la compatibilità del prelievo con la conservazione delle popolazioni selvatiche.
Non si tratta, come Sofri insinua, di “bracconaggio legalizzato”. Anzi, il rispetto della legge distingue radicalmente la caccia legale e sostenibile dal bracconaggio, che resta un crimine da contrastare. La fauna selvatica è “patrimonio indisponibile dello Stato”, non “res nullius”: nessuno può appropriarsene arbitrariamente, né tantomeno farne oggetto di interpretazioni ideologiche. La caccia etica è un patto tra l’uomo e la terra. È la sua fedeltà a quel patto a renderlo non un predatore, ma un custode (Aldo Leopold, 1949). Una risorsa rinnovabile, se ben gestita
Numerosi organismi internazionali, FAO, IUCN, European Federation for Hunting and Conservation (FACE), riconoscono che il prelievo venatorio, se correttamente pianificato, può contribuire alla conservazione delle specie e alla tutela degli habitat, offrendo anche benefici alle comunità locali.
Hunting, when properly regulated, can provide a powerful incentive for conservation and habitat protection, especially when local communities benefit from it (IUCN, 2016).
In Italia, ad esempio, la gestione faunistico-venatoria ha un ruolo attivo nel contenimento di specie problematiche (come il cinghiale), nel monitoraggio degli ecosistemi e nel presidio di aree rurali marginali, spesso abbandonate dall’agricoltura intensiva. Il cacciatore non è il nemico della natura, ma uno dei pochi rimasti ad abitarla con consapevolezza. La selvaggina, una risorsa alimentare sostenibile
La selvaggina non è solo una risorsa simbolica. È una fonte alimentare sostenibile, priva di antibiotici e ormoni, ottenuta da animali liberi, nutriti naturalmente e non trasportati per migliaia di chilometri. In un momento in cui la sostenibilità delle nostre scelte alimentari è centrale, la carne di selvaggina rappresenta un’alternativa etica, sana e locale.
Uno studio pubblicato su Meat Science (Hoffman & Wiklund, 2006) ha dimostrato che le carni di animali selvatici sono più magre, più ricche di acidi grassi insaturi e con un impatto ambientale notevolmente inferiore rispetto a quelle da allevamento intensivo.
La carne di selvaggina ha benefici nutrizionali, proviene da animali allevati allo stato brado e comporta un impatto ambientale decisamente inferiore rispetto alla maggior parte degli allevamenti zootecnici (Hoffman & Wiklund, 2006). Caccia come cultura e gestione
La caccia poi non è sport, né sadismo: è cultura, etica, gestione. L’idea che si cacci “per il piacere di uccidere” è una semplificazione offensiva. Studi scientifici (Manfredo et al., 1995) mostrano che i cacciatori moderni sono mossi da motivazioni complesse: connessione con la natura, tradizione, gestione della fauna, approvvigionamento etico. Ridurre tutto a un impulso crudele significa ignorare la realtà per piegarla a una narrazione ideologica. Cacciare non è solo uccidere. È avvicinarsi, osservare, capire, rispettare. Solo così il cacciatore diventa parte del paesaggio, non suo dominatore (Franco Zunino, 1998)
Il cacciatore autentico non cerca la morte dell’animale, ma un’esperienza di vita. Il momento in cui il colpo parte è il più triste, perché è la fine del miracolo della caccia (José Ortega y Gasset, 1942).
Uno studio pubblicato su Nature Sustainability ha dimostrato che la caccia, quando inserita in un contesto etico, regolamentato e responsabile, può favorire la cura ambientale (stewardship), rafforzando il legame tra le persone e gli ecosistemi in cui vivono.
Recreational killing of wild animals can, under certain conditions, foster environmental stewardship (Shephard et al., 2019).
La caccia non è uno “sport”, né una forma di dominio virile. È un’attività che richiede formazione, responsabilità e conoscenza ecologica, svolta sotto il controllo dello Stato, con limiti stringenti, verifiche, sanzioni. È parte integrante della conservazione attiva della biodiversità, come dimostrano le collaborazioni tra cacciatori, biologi, enti pubblici e università in progetti di monitoraggio e tutela.
Paragonare la caccia alla guerra è non solo inaccettabile dal punto di vista logico e morale, ma anche gravemente disinformativo. Chi oggi difende la caccia sostenibile non difende un “passatempo”, ma una forma concreta di gestione del territorio, una risorsa alimentare locale e rinnovabile, una tradizione profondamente radicata nel rispetto delle leggi, dell’ambiente e delle specie selvatiche. La caccia in Italia
È parzialmente vero affermare poi che l’opinione pubblica italiana sia tendenzialmente contraria alla caccia. I sondaggi degli ultimi anni mostrano che una parte significativa della popolazione, soprattutto urbana e lontana dal mondo rurale, ha un atteggiamento critico, ma non necessariamente ostile in senso assoluto. In uno studio Eurispes del 2019, oltre il 60% degli italiani si dichiarava contrario alla caccia in generale, ma la percentuale di favorevoli cresceva sensibilmente quando si parlava di contenimento di fauna invasiva o sovrannumeraria. È più corretto dire che la caccia soffre in Italia di una narrazione prevalentemente negativa e ideologizzata, alimentata dalla disinformazione e dall’assenza di voci tecniche nel dibattito pubblico.
Sofri accenna anche al disegno di legge promosso dal ministro Lollobrigida, citando Tozzi e discutendo ipotesi e proposte. Sebbene se ne sappia ancora poco, è auspicabile che questioni così complesse, che toccano equilibri ecologici, scelte gestionali e valori culturali, siano affidate a tecnici competenti e non usate, come troppo spesso accade, per alimentare una campagna elettorale permanente e trasversale. Un confronto inquinato dall'ideologia
Eppure, nel dibattito pubblico sulla fauna e sulla conservazione, si dà sistematicamente voce a personaggi mediatici, opinionisti, attivisti, spesso privi di competenza tecnico-scientifica, mentre si esclude chi studia e lavora sul campo: zoologi, ecologi, biologi. Proprio coloro che potrebbero parlare con dati alla mano, offrendo valutazioni fondate e soluzioni concrete. Il risultato è una discussione distorta, inquinata da ideologia, che nuoce proprio alla tutela della biodiversità che tutti, in teoria, dicono di voler proteggere.
Chi denigra la caccia con leggerezza, rischia di fare danni molto più gravi del semplice errore: rischia di oscurare la realtà con l’ideologia, e di negare il valore di una pratica che, nel mondo contemporaneo, può essere parte della soluzione, non del problema. Il tema è la sostenibilità
Infine, non va dimenticato che anche l’agricoltura, la prima rivoluzione “contro natura” dell’Homo sapiens uccide miliardi di animali selvatici ogni anno, tra impatti diretti (mietiture, pesticidi) e indiretti (perdita di habitat, inquinamento). Figuriamoci cosa avviene in alcuni allevamenti intensivi, sia in termini di sofferenza animale sia di impronta ecologica. Come si può evincere anche da Ragni (2015) la caccia, se ben regolata, può costituire una forma evoluta di “wildlife economy”, che riconnette l’uomo alla responsabilità delle proprie scelte ecologiche. Ogni boccone che mangiamo ha conseguenze ecologiche. Anche l’agricoltura uccide animali selvatici. La vera domanda non è se gli animali muoiano, ma come e perché.
L’unico discorso onesto da fare è dunque questo: tutte le nostre azioni hanno un impatto sugli ecosistemi. La vera discriminante è la loro sostenibilità. Inclusa, senza ipocrisie, quella della caccia, quando è gestita secondo principi scientifici, ecologici ed etici. Anche Laura Conti, medico, scienziata, partigiana e parlamentare del PCI, nel suo Discorso sulla caccia (1980) rifiutava ogni moralismo e ogni ideologia dell’innocenza. Con sorprendente lungimiranza, affermava:
La caccia può essere una pratica compatibile con la conservazione della natura, se regolata. Non è la caccia a distruggere l’ambiente, ma l’urbanizzazione selvaggia, l’agricoltura industriale, l’inquinamento.
E ancora:
È sbagliato fare dell’ecologismo una religione dell’innocenza: ogni attività umana ha impatti, persino coltivare un campo significa uccidere degli animali.
Una voce laica, progressista, profondamente scientifica. Esattamente ciò che manca oggi, quando di conservazione e fauna si chiede il parere a chiunque tranne che a zoologi, ecologi o tecnici di settore: gli unici che potrebbero parlare con competenza, dati alla mano.
* Giuliano Milana è zoologo PhD in Biologia animale, vicepresidente AIW (Associazione Italiana Wilderness)
Giuliano Milana è zoologo, tecnico faunistico, vicepresidente di AIW (Associazione Italiana Wilderness) e volto noto del mondo venatorio italiano. Collabora con riviste di settore, è attivo sui social e partecipa a iniziative promosse da associazioni venatorie per diffondere una cultura della caccia etica, sostenibile e fondata su basi scientifiche. Interviene regolarmente a convegni, eventi e progetti di gestione faunistica e conservazione della biodiversità. Il suo lavoro unisce competenza tecnica, passione e un forte impegno per valorizzare la figura del cacciatore moderno, consapevole e responsabile.
BIBLIOGRAFIA
Apollonio, M., Andersen, R., & Putman, R. (2010). European Ungulates and Their Management in the 21st Century. Cambridge University Press.
Blay-Palmer, A. et al. (2013). Sustainable food systems and local food networks. Springer.
Conti, L. (1980). Discorso sulla caccia. In: Laura Conti, scritti politici e ambientali (ristampa edita in diverse raccolte tra cui “Ambiente è politica”, Edizioni Lavoro).
FAO (2009). Wildlife and food security in Africa.
Hoffman, L.C. & Wiklund, E. (2006). Game and venison – meat for the modern consumer. Meat Science, 74(1): 197–208.
ISPRA (2019). Linee guida per la gestione del cinghiale (Sus scrofa).
IUCN (2016). Guiding Principles on Trophy Hunting as a Tool for Creating Conservation Incentives.
Leopold, A. (1949). A Sand County Almanac. Oxford University Press.
Manfredo, M.J., Teel, T.L., & Bright, A.D. (1995). Why do people hunt? A multivariate approach. Human Dimensions of Wildlife, 1(1): 1–20.
Ortega y Gasset, J. (1942). Meditazioni sulla caccia. Ed. original: Meditaciones de la caza.
Ragni B. (2015). Wildlife Economy- Nuovo Paleolitico. Roma: Aracne Editrice.
Shephard, D. J., Milner-Gulland, E. J., Tzanopoulos, J., et al. (2019). Recreational killing of wild animals can foster environmental stewardship. Nature Sustainability, 2, 397–403.
Zunino, F. (1998). Predatori compassionevoli. Editoriale Olimpia.
Ultima modifica Livia1968🦉; 29-10-25, 12:44.1
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Da quale pulpito arriva "licenza di uccidere". Noi Cacciatori, per potere predare un selvatico dobbiamo essere puliti come un neonato, altri per uccidere un essere umano non hanno bisogno di nessuna autorizzazione.
pieroHomo Homini Lupus
"l'uomo è un lupo per l'uomo" (Plauto)1
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Certi Giornali pubblicano articoli scritti da personaggi perlomeno discutibili che, per giunta, esprimono pareri su argomenti che non conoscono neanche superficialmente
Personalmente ho avuto qualche sporadica occasione, fin dall’epoca del Liceo, di avere dei contatti e di leggere dei resoconti giornalistici, su avvenimenti a cui avevo assistito, traendo la conclusione che la maggior parte dei giornalisti è completamente priva di conoscenze specifiche, di etica e di empatia vera ( non quella delle lacrimucce a favore di telecamera) e soprattutto che, spessissimo, non riportano, ma distorcono la realtà, a seconda delle loro convinzioni personali personali e politiche, o, peggio, della linea editoriale della testata che li ospita.
Commissionare articoli sulla caccia e sulla fauna a chi notoriamente non ha mai messo piede fuori dall’asfalto di qualche grande città qualifica la direzione del giornale che lo fa, oltre che l’etica del giornalista/ opinionista che vi si presta
Sono certo che nel contesto di una pretesa, nel senso inglese ( to pretend) più che italiano, imparzialità di informazione, non ti abbiano dato la possibilità di pubblicare il tuo documentato articolo sullo stesso giornale.
Per la verità, personalmente, mi limito a non comprarlo in edicola
Buona giornata a tutti"Il dubbio cresce con la conoscenza " W. Goethe2
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Avevo vent'anni acquistavo il giornale ogni giorno per leggerlo in pausa pranzo, la terza volta che conoscendo la notizia nei dettagli la lessi sul giornale e non la trovai conforme a quanto successo, mi ripromisi di non acquistarne più. Ed è quellom che ho fatto e non mi sono minimamente pentito di ciò, anzi facendo il conto dei soldini risparmiati mi gioio di ciò :):):) non ho perso niente nel frattempo, anzi.👍 2
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Per completezza di informazione copio&incollo l'articolo in questione pubblicato il 24 maggio 2025 sulla rubrica "Piccola posta" de "Il foglio".
Ps. È stata dura rintracciarlo......
Piccola Posta Riflessione sulla caccia come hobby e sul gusto di uccidere
Adriano Sofri 24 mag 2025
"Il governo sta per varare un decreto che allarga a dismisura la licenza di uccidere gli animali selvatici. I cacciatori sono sempre meno, soprattutto quelli all'antica, ma resta potente la lobby delle armi e delle munizioni, e aggressiva quella degli associati, in nome della caccia come sport
L’Italia non è, per il momento, in guerra. Non è stata invasa, non ha invaso un territorio d’altri. (L’Albania, questa volta l’ha messa graziosamente in ginocchio). E’ tempo di ricordare la più pregnante definizione della guerra: la guerra è la caccia all’uomo. La caccia, utilità alimentare a parte (sempre fortemente sopravvalutata, e oggi del tutto irrilevante) è stata una forma decisiva di educazione maschile – “l’uomo è cacciatore” vuol dire infatti prima di tutto che è cacciatore di donne – e di addestramento alla guerra. Ora, in tempo di fortunosa pace, in un paese che in grande e documentata maggioranza detesta la caccia e la vorrebbe abolita, il governo sta per varare un decreto che prolunga nell’ambiente naturale quello abominevole sulla “sicurezza”, e allarga a dismisura la licenza di uccidere gli altri animali selvatici – “il prelievo venatorio”, anestetica formula per un autentico bracconaggio. Dalla possibilità di cacciare in spiaggia, “magari coi bagnanti”, all’ampliamento delle aperture, all’abolizione dei limiti stagionali nelle “aree faunistico venatorie”, alla riduzione delle aree protette, che non superino il 30 per cento, alla riapertura dei roccoli (gli impianti per catturare gli uccelli migratori vivi), alla legalizzazione dei richiami vivi. Mario Tozzi scrive di “misure che fanno rabbrividire”.
Per il governo vigente le tenerezze (benvenute) verso gli animali domestici vanno risarcite con la crudeltà verso quelli in libertà condizionata, “la selvaggina” – res nullius, come la diceva la legge antica, cosa di nessuno, cioè di tutti, prima che la fauna selvatica venisse riconosciuta e protetta come “patrimonio indisponibile dello stato”. I cacciatori sono sempre meno, quelli all’antica pressoché estinti, e molti fra i viventi disgustati dai nuovi arrivati, ma resta potente la lobby delle armi e delle munizioni, e aggressiva quella degli associati, magari in nome della caccia come sport – non c’è niente di meno sportivo. Il potere tradizionale delle corporazioni di cacciatori è tale da superare perfino la devozione alla proprietà privata: il codice civile autorizza l’accesso dei cacciatori nei terreni privati anche contro il volere del proprietario. Articolo singolarmente caro alla Coldiretti, che deve avere una sua contropartita.
Tozzi: “La risposta alla domanda sul perché si caccia oggi è tristemente nota, si caccia per il gusto di uccidere. Il piacere sta tutto lì. Le nuove concessioni ai cacciatori vanno tutte in quel senso”. Aggiungo una postilla di tetra attualità. “Si caccia solo per il gusto di uccidere” somiglia alla frase imprudente del generale e politico israeliano che ha fatto scandalo nei giorni scorsi, sull’ “uccidere bambini per hobby”. Cose diverse, diversissime, s’intende. Tuttavia."
Dopo una veloce inizio di lettura, ed una piu ardua continuazione, aggiungo una breve considerazione personale.
A parte la sequenza di imbarazzanti considerazioni quali l'accostamento di uomo come cacciatore di donne , di caccia come forma educativa ed addestramento alla guerra , il fine pensatore va avanti traendo conclusioni che dimostrano di non aver fatto altreo che un copia&incolla dei commenti trovati su FB e di non aver neanche dato un'occhiata per sbaglio alle norme che regolano la caccia, il tutto con l'inestimabile supporto dell'indiscusso "fascioninfluenzer" geo Tozzi.
Cosi so capace anche io di essere giornalista...😂🤣
A completamento la risposta alle suddette affermazioni:
La caccia non è guerra: risposta etica e culturale a Sofri
Giuliano Milana risponde ad Adriano Sofri che ha pesantemente criticato la caccia, liquidandola come un'attività crudele e superflua
Nel suo recente intervento su Il Foglio (Riflessione sulla caccia come hobby e sul gusto di uccidere, 24 maggio), Adriano Sofri paragona la caccia alla guerra, definendola una “licenza di uccidere” e liquidandola come un’attività crudele e superflua, alimentata dal “piacere di uccidere”. Un’affermazione che, oltre a ignorare la realtà normativa e scientifica della gestione faunistica in Italia, rischia di alimentare una retorica dannosa, lontana dai fatti.
La caccia in Italia non è un arbitrio né un atto individuale, ma un’attività rigorosamente regolata dalla legge 157/1992, recepita dalle Direttive europee “Uccelli” (2009/147/CE) e “Habitat” (92/43/CEE). Ogni prelievo venatorio è autorizzato solo su parere tecnico dell’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che valuta tempi, modalità e limiti per assicurare la compatibilità del prelievo con la conservazione delle popolazioni selvatiche.
Non si tratta, come Sofri insinua, di “bracconaggio legalizzato”. Anzi, il rispetto della legge distingue radicalmente la caccia legale e sostenibile dal bracconaggio, che resta un crimine da contrastare. La fauna selvatica è “patrimonio indisponibile dello Stato”, non “res nullius”: nessuno può appropriarsene arbitrariamente, né tantomeno farne oggetto di interpretazioni ideologiche. La caccia etica è un patto tra l’uomo e la terra. È la sua fedeltà a quel patto a renderlo non un predatore, ma un custode (Aldo Leopold, 1949). Una risorsa rinnovabile, se ben gestita
Numerosi organismi internazionali, FAO, IUCN, European Federation for Hunting and Conservation (FACE), riconoscono che il prelievo venatorio, se correttamente pianificato, può contribuire alla conservazione delle specie e alla tutela degli habitat, offrendo anche benefici alle comunità locali.
Hunting, when properly regulated, can provide a powerful incentive for conservation and habitat protection, especially when local communities benefit from it (IUCN, 2016).
In Italia, ad esempio, la gestione faunistico-venatoria ha un ruolo attivo nel contenimento di specie problematiche (come il cinghiale), nel monitoraggio degli ecosistemi e nel presidio di aree rurali marginali, spesso abbandonate dall’agricoltura intensiva. Il cacciatore non è il nemico della natura, ma uno dei pochi rimasti ad abitarla con consapevolezza. La selvaggina, una risorsa alimentare sostenibile
La selvaggina non è solo una risorsa simbolica. È una fonte alimentare sostenibile, priva di antibiotici e ormoni, ottenuta da animali liberi, nutriti naturalmente e non trasportati per migliaia di chilometri. In un momento in cui la sostenibilità delle nostre scelte alimentari è centrale, la carne di selvaggina rappresenta un’alternativa etica, sana e locale.
Uno studio pubblicato su Meat Science (Hoffman & Wiklund, 2006) ha dimostrato che le carni di animali selvatici sono più magre, più ricche di acidi grassi insaturi e con un impatto ambientale notevolmente inferiore rispetto a quelle da allevamento intensivo.
La carne di selvaggina ha benefici nutrizionali, proviene da animali allevati allo stato brado e comporta un impatto ambientale decisamente inferiore rispetto alla maggior parte degli allevamenti zootecnici (Hoffman & Wiklund, 2006). Caccia come cultura e gestione
La caccia poi non è sport, né sadismo: è cultura, etica, gestione. L’idea che si cacci “per il piacere di uccidere” è una semplificazione offensiva. Studi scientifici (Manfredo et al., 1995) mostrano che i cacciatori moderni sono mossi da motivazioni complesse: connessione con la natura, tradizione, gestione della fauna, approvvigionamento etico. Ridurre tutto a un impulso crudele significa ignorare la realtà per piegarla a una narrazione ideologica. Cacciare non è solo uccidere. È avvicinarsi, osservare, capire, rispettare. Solo così il cacciatore diventa parte del paesaggio, non suo dominatore (Franco Zunino, 1998)
Il cacciatore autentico non cerca la morte dell’animale, ma un’esperienza di vita. Il momento in cui il colpo parte è il più triste, perché è la fine del miracolo della caccia (José Ortega y Gasset, 1942).
Uno studio pubblicato su Nature Sustainability ha dimostrato che la caccia, quando inserita in un contesto etico, regolamentato e responsabile, può favorire la cura ambientale (stewardship), rafforzando il legame tra le persone e gli ecosistemi in cui vivono.
Recreational killing of wild animals can, under certain conditions, foster environmental stewardship (Shephard et al., 2019).
La caccia non è uno “sport”, né una forma di dominio virile. È un’attività che richiede formazione, responsabilità e conoscenza ecologica, svolta sotto il controllo dello Stato, con limiti stringenti, verifiche, sanzioni. È parte integrante della conservazione attiva della biodiversità, come dimostrano le collaborazioni tra cacciatori, biologi, enti pubblici e università in progetti di monitoraggio e tutela.
Paragonare la caccia alla guerra è non solo inaccettabile dal punto di vista logico e morale, ma anche gravemente disinformativo. Chi oggi difende la caccia sostenibile non difende un “passatempo”, ma una forma concreta di gestione del territorio, una risorsa alimentare locale e rinnovabile, una tradizione profondamente radicata nel rispetto delle leggi, dell’ambiente e delle specie selvatiche. La caccia in Italia
È parzialmente vero affermare poi che l’opinione pubblica italiana sia tendenzialmente contraria alla caccia. I sondaggi degli ultimi anni mostrano che una parte significativa della popolazione, soprattutto urbana e lontana dal mondo rurale, ha un atteggiamento critico, ma non necessariamente ostile in senso assoluto. In uno studio Eurispes del 2019, oltre il 60% degli italiani si dichiarava contrario alla caccia in generale, ma la percentuale di favorevoli cresceva sensibilmente quando si parlava di contenimento di fauna invasiva o sovrannumeraria. È più corretto dire che la caccia soffre in Italia di una narrazione prevalentemente negativa e ideologizzata, alimentata dalla disinformazione e dall’assenza di voci tecniche nel dibattito pubblico.
Sofri accenna anche al disegno di legge promosso dal ministro Lollobrigida, citando Tozzi e discutendo ipotesi e proposte. Sebbene se ne sappia ancora poco, è auspicabile che questioni così complesse, che toccano equilibri ecologici, scelte gestionali e valori culturali, siano affidate a tecnici competenti e non usate, come troppo spesso accade, per alimentare una campagna elettorale permanente e trasversale. Un confronto inquinato dall'ideologia
Eppure, nel dibattito pubblico sulla fauna e sulla conservazione, si dà sistematicamente voce a personaggi mediatici, opinionisti, attivisti, spesso privi di competenza tecnico-scientifica, mentre si esclude chi studia e lavora sul campo: zoologi, ecologi, biologi. Proprio coloro che potrebbero parlare con dati alla mano, offrendo valutazioni fondate e soluzioni concrete. Il risultato è una discussione distorta, inquinata da ideologia, che nuoce proprio alla tutela della biodiversità che tutti, in teoria, dicono di voler proteggere.
Chi denigra la caccia con leggerezza, rischia di fare danni molto più gravi del semplice errore: rischia di oscurare la realtà con l’ideologia, e di negare il valore di una pratica che, nel mondo contemporaneo, può essere parte della soluzione, non del problema. Il tema è la sostenibilità
Infine, non va dimenticato che anche l’agricoltura, la prima rivoluzione “contro natura” dell’Homo sapiens uccide miliardi di animali selvatici ogni anno, tra impatti diretti (mietiture, pesticidi) e indiretti (perdita di habitat, inquinamento). Figuriamoci cosa avviene in alcuni allevamenti intensivi, sia in termini di sofferenza animale sia di impronta ecologica. Come si può evincere anche da Ragni (2015) la caccia, se ben regolata, può costituire una forma evoluta di “wildlife economy”, che riconnette l’uomo alla responsabilità delle proprie scelte ecologiche. Ogni boccone che mangiamo ha conseguenze ecologiche. Anche l’agricoltura uccide animali selvatici. La vera domanda non è se gli animali muoiano, ma come e perché.
L’unico discorso onesto da fare è dunque questo: tutte le nostre azioni hanno un impatto sugli ecosistemi. La vera discriminante è la loro sostenibilità. Inclusa, senza ipocrisie, quella della caccia, quando è gestita secondo principi scientifici, ecologici ed etici. Anche Laura Conti, medico, scienziata, partigiana e parlamentare del PCI, nel suo Discorso sulla caccia (1980) rifiutava ogni moralismo e ogni ideologia dell’innocenza. Con sorprendente lungimiranza, affermava:
La caccia può essere una pratica compatibile con la conservazione della natura, se regolata. Non è la caccia a distruggere l’ambiente, ma l’urbanizzazione selvaggia, l’agricoltura industriale, l’inquinamento.
E ancora:
È sbagliato fare dell’ecologismo una religione dell’innocenza: ogni attività umana ha impatti, persino coltivare un campo significa uccidere degli animali.
Una voce laica, progressista, profondamente scientifica. Esattamente ciò che manca oggi, quando di conservazione e fauna si chiede il parere a chiunque tranne che a zoologi, ecologi o tecnici di settore: gli unici che potrebbero parlare con competenza, dati alla mano.
* Giuliano Milana è zoologo PhD in Biologia animale, vicepresidente AIW (Associazione Italiana Wilderness)
Giuliano Milana è zoologo, tecnico faunistico, vicepresidente di AIW (Associazione Italiana Wilderness) e volto noto del mondo venatorio italiano. Collabora con riviste di settore, è attivo sui social e partecipa a iniziative promosse da associazioni venatorie per diffondere una cultura della caccia etica, sostenibile e fondata su basi scientifiche. Interviene regolarmente a convegni, eventi e progetti di gestione faunistica e conservazione della biodiversità. Il suo lavoro unisce competenza tecnica, passione e un forte impegno per valorizzare la figura del cacciatore moderno, consapevole e responsabile.
BIBLIOGRAFIA
Apollonio, M., Andersen, R., & Putman, R. (2010). European Ungulates and Their Management in the 21st Century. Cambridge University Press.
Blay-Palmer, A. et al. (2013). Sustainable food systems and local food networks. Springer.
Conti, L. (1980). Discorso sulla caccia. In: Laura Conti, scritti politici e ambientali (ristampa edita in diverse raccolte tra cui “Ambiente è politica”, Edizioni Lavoro).
FAO (2009). Wildlife and food security in Africa.
Hoffman, L.C. & Wiklund, E. (2006). Game and venison – meat for the modern consumer. Meat Science, 74(1): 197–208.
ISPRA (2019). Linee guida per la gestione del cinghiale (Sus scrofa).
IUCN (2016). Guiding Principles on Trophy Hunting as a Tool for Creating Conservation Incentives.
Leopold, A. (1949). A Sand County Almanac. Oxford University Press.
Manfredo, M.J., Teel, T.L., & Bright, A.D. (1995). Why do people hunt? A multivariate approach. Human Dimensions of Wildlife, 1(1): 1–20.
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Shephard, D. J., Milner-Gulland, E. J., Tzanopoulos, J., et al. (2019). Recreational killing of wild animals can foster environmental stewardship. Nature Sustainability, 2, 397–403.
Zunino, F. (1998). Predatori compassionevoli. Editoriale Olimpia.
Ultima modifica Livia1968🦉; 29-10-25, 12:44.1
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