A questo proposito l’Arci Caccia Toscana, con la collaborazione della Federazione di Livorno e dell’Arci Caccia Nazionale, ha organizzato un Convegno nazionale per discutere sul futuro della piccola selvaggina stanziale. L’appuntamento è stato lo scorso 15 aprile presso l’Hotel Marinetta di Marina di Bibbona (LI) in cui si è dato appuntamento alle migliori esperienze in fatto di gestione di lagomorfi e galliformi per trattare un tema spinoso fin dal titolo del Convegno: “La piccola selvaggina stanziale tra declino e rilancio: problematiche, sfide ed innovazioni possibili”. Un titolo che, analizzate le cause di difficoltà, ha voluto porre l’accento sul domani, cercando di mettere in campo tutte le possibili innovazioni volte a dare un nuovo slancio alla gestione della piccola selvaggina.
Un Convegno assai nutrito in termini di interventi (13 relazioni tecniche ed una tavola rotonda finale) ed ambizioso nelle finalità: creare le basi innovative per la stesura dei prossimi Piani Faunistici, regionale e provinciali.
Si è trattato di una tematica certamente importante ma il riscontro di interesse suscitato è andato ben oltre le aspettative degli organizzatori: oltre duecento partecipanti e soprattutto molto qualificati. Erano infatti presenti gli ATC toscani e di altre regioni del Centro Italia, numerose province sia toscane che non, rappresentanti dell’Arci Caccia da tutta la penisola (letteralmente dal Piemonte alla Sicilia), tecnici faunistici, gestori delle ZRC, ecc. Era di sicuro molto tempo che su temi inerenti la gestione faunistica e la caccia non si registrava una mobilitazione così elevata, segno che l’Arci Caccia Toscana nell’organizzare il Convegno ha colto nel centro.
L’interesse è poi aumentato man mano che si sono avvicendati i vari relatori, tanto che, al termine dell’intensa giornata di lavori, moltissimi sono stati i complimenti per la qualità degli argomenti e per i numerosi spunti di riflessione che sono scaturiti.
Ha aperto il convegno una relazione di Massimo Logi, presidente regionale dell’Arcicaccia della Toscana che ha spiegato le ragioni che hanno spinto l’associazione ad organizzare un simile appuntamento mettendo in evidenza il percorso legislativo, di segno positivo, che ha portato la regione toscana ad aggiornare le proprie norme e che ora hanno bisogno di trovare rapida applicazione anche attraverso l’adozione dei regolamenti. Ha avviato la serie delle relazioni il Dr. Federico Merli, del Circondario Empolese Valdelsa, analizzando l’andamento dei carnieri di fagiano e lepre in Toscana. Pur registrando una contrazione dei prelievi, comune pure in altre realtà anche europee, ha evidenziato che in regione si prelevano circa 25.000 lepri e 100.000 fagiani, forse andando oltre la sostenibilità reale delle popolazioni. Inoltre, mentre sembra esistere una correlazione positiva tra soggetti catturati ed abbattimenti, ciò non è riscontrato nel caso di soggetti di allevamento: vale a dire che oltre un certo livello di immissioni addirittura si riscontra un calo dei prelievi. Infine nelle realtà in cui la caccia è sostenuta da massicce immissioni di capi allevati i prelievi si concentrano nelle prime settimane di caccia per poi ridursi notevolmente rispetto alle realtà dove, grazie alla presenza di numerosi istituti faunistici, il prelievo è meglio distribuito nel corso della stagione venatoria.
Il Dr. Marco Ferretti della Provincia di Pistoia ha invece analizzato in modo preciso i criteri di corretta pianificazione e gestione degli istituti faunistici. Nella relazione ha rimarcato come sia necessario uniformare a livello regionale i criteri gestionali, compresi una definizione univoca dei metodi di controllo delle specie predatrici ed opportuniste. Fondamentale è inoltre ridurre le superfici boscate all’interno degli istituti per prevenire la presenza del cinghiale oltre a concentrarvi gli investimenti per miglioramenti ambientali e la vigilanza. Ferretti ha poi rilevato che accanto alle ZRC è importante la rete delle ZRV purché di dimensioni adeguate e non usate, impropriamente, quali centri di “lancio assistito”. Ha infine sottolineato che anche le Aziende faunistico Venatorie dovrebbero contribuire alla gestione dei galliformi in modo attivo e non, come spesso accade, basarsi solamente sui lanci di soggetti di allevamento per sostenere il prelievo.
A proposito di fagiani allevati interessante è stata la relazione del Prof. Marco Bagliacca della Facoltà di Veterinaria dell’Università di Pisa. Egli ha sottolineato che le tecniche di allevamento sono molto migliorate e, di conseguenza, anche il tasso di sopravvivenza dei capi immessi in natura. Tuttavia ciò non è necessariamente positivo soprattutto a lungo termine in quanto il rischio che corriamo è un inquinamento genetico irreversibile delle popolazioni naturali, con conseguenze difficilmente prevedibili e, molto probabilmente, negative, come si può dedurre da varie esperienze sul campo.
La Dr.ssa Laura Cellini, tecnico faunistico che lavora in molti ATC toscani, ha esposto una relazione, preparata assieme alla collega Dr.ssa Giuseppina Bisogno, in cui si è potuto apprezzare, anche grazie a numerose foto aeree, come l’ambiente rurale sia notevolmente cambiato in pochi anni. Prendendo ad esempio alcune ZRC toscane è più che evidente la semplificazione ambientale, ancor più accentuata negli ultimi anni quale conseguenza della Politica Agricola Comunitaria. La conseguenza è evidente nelle densità di lepri e fagiani riscontrati nelle ZRC, tenuto anche conto che i miglioramenti ambientali finanziati dagli ATC non sono sufficienti a riequilibrare una situazione dovuta a scelte politico-economiche prese a livelli superiori. In seguito la Dr.ssa Cellini ha affrontato il tema di una possibile sperimentazione forme di prelievo e gestione della piccola selvaggina stanziale in modo razionale ed innovativo. Essa ha ipotizzato di individuare alcune zone sperimentali, partendo magari da aree marginali come attuale sfruttamento venatorio, per incentivare forme di gestione partecipata ed attiva. In particolare ha posto l’accento sulla necessità di commisurare i prelievi in tali zone alle reali consistenze faunistiche e di migliorare la gestione legando lo svolgimento dell’attività venatoria al lavoro gestionale dei cacciatori aderenti.
La Dr.ssa Sara Innocenti ha parlato del ruolo delle AFV nella gestione della piccola selvaggina stanziale facendo notare come in molti casi la presenza del fagiano è legata solamente alle immissioni di soggetti allevati per sostenere la pressione venatoria, mentre la lepre, specie in indirizzo per moltissime aziende, non sempre raggiunge densità soddisfacenti. In diversi casi infatti l’attività venatoria è rivolta soprattutto alla fauna migratoria ed agli ungulati. Secondo la Dr.ssa Innocenti ciò potrebbe essere anche giustificabile da un punto di vista di gestione economica dell’AFV, inquadrando l’offerta in termini di multifunzionalità anche turistico-ambientale, purché, naturalmente sia comunque accompagnata da uno sforzo gestionale nei confronti della piccola selvaggina stanziale, vero e principale scopo affidato dalla legge alle AFV.
Una esperienza molto interessante, anche se inquadrata nell’ambiente alpino, è quella riferita dal Dr. Matteo Martinet, tecnico faunistico della Regione Valle d’Aosta circa la gestione venatoria dei galliformi alpini (pernice bianca, coturnice e gallo forcello) e dei lagomorfi (lepre europea e lepre variabile). I numeri sia dei cacciatori sia dei prelievi sono molto inferiori ai parametri della Toscana e di altre realtà italiane tuttavia sono illuminanti i criteri di gestione adottati ed i risultati ottenuti. Alla base di tutto c’è l’individuazione di unità di gestione di dimensioni relativamente ridotte in cui si predispongono dei piani di prelievo commisurati alle densità riscontrate con i censimenti. Inoltre anche i tempi e le tecniche di caccia sono assai rigide ad esempio con un numero di cani limitato per cacciatore o gruppi di cacciatori. La ricetta è tutto sommato semplice ed i risultati sono incoraggianti: si è fermato il declino delle popolazioni di galliformi e lagomorfi, arrivando quindi ad una stabilità delle densità, e, allo stesso tempo anche il numero dei cacciatori pare si sia stabilizzato, forse a significare che una gestione corretta della caccia trova una maggiore appetibilità rispetto alla chimera di forme di prelievo deregolamentate.
Assai interessanti le indicazioni per una corretta pianificazione sono arrivate dal Dr. Vito Mazzarone della Provincia di Pisa dove negli ultimi anni è stato puntato molto sulla valorizzazione degli istituti faunistici pubblici con risultati importanti. Egli ha sottolineato che la crisi della piccola selvaggina stanziale ha radici negli anni ’60 e che è comune a molte realtà europee. Tuttavia con una buona gestione delle ZRC e ZRV i tassi di prelievo si sono mantenuti abbastanza costanti negli anni, mentre, come altri relatori, ha fatto notare che gli abbattimenti non sono legati all’entità delle immissioni di soggetti allevati ma si sostengono soprattutto con l’irradiamento naturale dagli istituti. Quindi, ha concluso, che per il futuro vi sono tre opzioni: il pronto caccia, la caccia non conservativa come più o meno quella attuale o la caccia conservativa con prelievi commisurati alle densità e quindi sui censimenti e su unità di gestione di dimensioni ridotte.
Il Dr. Marco Zaccaroni dell’università di Firenze ha illustrato i risultati della prima sperimentazione a livello mondiale del radiotracking con collari GPS sulla lepre in varie zone della Toscana, ricerca coordinata dal Prof. Francesco Dessì Fulgheri e finanziata anche dall’Arci Caccia Toscana. I dati ricavati sono tanti ed importantissimi ai fini della gestione diretta. Tra l’altro sono stati monitorati i picchi di attività delle lepri nell’arco delle giornate e delle varie stagioni, è stato possibile osservare il livello di dispersione in caso di soggetti liberati in altre aree, si è visto che le lepri femmine tendono ad essere territoriali oltre ad aver potuto valutare le preferenze ambientali delle lepri nel corso dell’anno (ad es. molto ricercati sono i cereali autunno-vernini, mentre non tutti i miglioramenti ambientali sono stati preferiti dalle lepri oggetto dello studio). Naturalmente una mole di dati condensati in un breve intervento ma che possono dare indicazioni gestionali fondamentali.
Danilo Treossi, Presidente dell’Arci Caccia Emilia Romagna e Riccardo Galantini dell’ATC Modena 1, hanno riportato l’interessante modello di gestione adottato nei vari ATC regionali. In particolare è emerso che in ogni singola realtà si è cercato di individuare il modus operandi più adatto alle varie situazioni ambientali, sociali, ecc. con risultati sempre molto positivi. Alla base di tutto comunque è emerso un forte legame tra il cacciatore ed il territorio (ATC piccoli o suddivisi in diverse unità di gestione), un impegno notevole del volontariato ed una tendenza, attraverso varie norme, a contenere il prelievo venatorio entro limiti sostenibili.
In area appenninica (Liguria) e quindi trasferibile in buona parte del territorio peninsulare, è l’esperienza di una unità a caccia specialistica della lepre, a cui hanno lavorato il Dr. Valter Trocchi dell’ISPRA ed il Prof. Andrea Marsan dell’Università di Genova, che ha relazionato al convegno. L’ambiente montano della Liguria non è certamente l’ideale per la vita della lepre ma con un forte impegno gestionale qualche risultato è venuto. In particolare in questa unità di gestione di circa 10.000 ha si è provveduto ad immettere solo lepri di cattura, si è investito molto in miglioramenti ambientali e nel volontariato privilegiando l’iscrizione a tale area anche in base alla quantità di lavoro prestato, e si è formulato un paino di prelievo prudenziale. Il primo importante risultato, grazie ad alcune lepri seguite ogni anno con il radiotracking, è stata una riduzione della mortalità dei soggetti immessi anche se ancora basso appare il tasso di riproduzione naturale a seguito dell’ambiente molto difficile. Tuttavia il dato di partenza era la quasi completa assenza della lepre nell’area e comunque l’esperienza ha avuto un importante valore anche culturale per i cacciatori ed ha riscontrato il favore dell’opinione pubblica locale (scuole comprese). Piccoli numeri (40 cacciatori ammessi e 20 lepri prelevate su un piano di 60) ma assai importanti in un’area montana, come tante ve ne sono in Italia, in cui la lepre, prima, era di fatto assente.
Ha chiuso la parte degli interventi tecnici il Dr. Marco Genghini dell’ISPRA che ha trattato il tema spinoso delle risorse economiche finalizzate alla gestione faunistica. Con un progetto che ha visto coinvolte le Provincie di Firenze e Pistoia e gli ATC FI 5 e PT 16, con il coordinamento dell’ISPRA, è stato dato avvio ad un processo partecipativo con le categorie al fine di individuare metodi di finanziamento dei miglioramenti ambientali e canali di reperimento delle risorse innovativi. I primi risultati sono incoraggianti perché con un lavoro di rete, oltre alle risorse regionali derivate dalle tasse per l’attività venatoria, si è iniziato a mobilitare anche finanziamenti da varie misure regionali, nazionali e comunitarie. Una esperienza pilota che andrà approfondita, studiata ma soprattutto diffusa quale modus operandi a livello regionale creando una rete tra portatori di interesse in grado di reperire ed investire al meglio le risorse economiche.
Dopo gli approfondimenti tecnici i lavori del convegno sono proseguiti con lo svolgimento di una tavola rotonda presieduta da Marco Ciarafoni, presidente del Consiglio nazionale dell’Arcicaccia alla quale hanno partecipato Silvano Toso, dirigente dell’Ispra, Antonino Morabito, responsabile Biodiversità di Legambiente, Piero Bartolini, presidente Atc FI 5, Paolo Banti, dirigente regione Toscana e Simone Ferri Graziani, presidente della Coldiretti della provincia di Livorno. Le conclusioni sono state poi svolte da Osvaldo Veneziano, presidente dell’Arcicaccia.
Il dibattito che ne è scaturito è risultato davvero interessante poiché dava la rappresentazione di quanto fecondo possa essere il confronto ,senza pregiudiziali e con i giusti argomenti, possa esserci tra le parti sociali, scientifiche ed istituzionali. Insomma esattamente il contrario dello spettacolo indecoroso al quale si è assistito in questi anni allorchè l’argomento caccia è diventato terra di conquista di qualche politico spregiudicato e di qualche associazione venatoria in cerca di consenso effimero.
La prospettiva per la caccia – è stato detto in maniera generalizzata – è possibile ancora costruirla in Italia purchè si cambi passo e si inizino ad affrontare i veri nodi della questione, ad iniziare dalla necessità di mettere gli Atc in grado di operare per meglio facilitare la gestione, di poter contare su amministrazioni che adottano strumenti e norme senza furbizie e con l’intento di rispondere all’interesse collettivo, di concentrarsi su aspetti legislativi fondamentali e non su iniziative sfacciatamente propagandistiche, di rispettare le indicazioni della scienza.
Quindi avanti tutta con il lavoro delle Regioni che perfezionano le loro leggi avendo a riferimento il governo del territorio e la ricostruzione del patrimonio faunistico, priorità alle norme nazionali per tutelare le produzioni agricole da una presenza eccessiva di alcune specie di ungulati, maggiore sostegno alla scienza per il lavoro di ricerca decisivo alla buona gestione di uccelli e mammiferi, valorizzazione degli Atc, magari mettendoli in rete, per il loro ruolo di gestori ma anche sede del confronto diretto ed operativo tra cacciatori, agricoltori, ambientalisti ed enti locali.
In questo modo la caccia può uscire dall’angolo, ritrovare il protagonismo perduto in virtù di velleitarie proposte condannate (come è poi successo) alla sconfitta, stringere solide alleanze con il mondo agricolo e quella parte del mondo ambientalista pronto ad un lavoro comune, parlare a testa alta al Paese il linguaggio della responsabilità.
Insomma una giornata piena di lavoro da parte di chi non va sulle piazze con la palla di vetro per ammaliare la buona fede dei cacciatori e raccontare loro che l’aspetto decisivo è porre l’obiettivo di due specie o di tre giornate in più di caccia (che poi regolarmente si trasformano in desolazione) ma rimboccarsi le maniche per garantire, con fatica, una caccia di qualità durante tutto l’arco della stagione.