L’esame per la licenza lo superai a giugno, senza difficoltà, perché mi ero preparato, certo, ma soprattutto perché già da alcuni anni seguivo mio padre e mio zio nelle loro uscite di caccia, per cui ero già allenato a riconoscere la selvaggina e conoscevo discretamente le leggi.
Quanto al maneggio del fucile, ero già piuttosto in esercizio perché mio zio Gianni cominciò farmi sparacchiare ai passeri con la sua doppietta, usando cartucce a carica ridotta che preparava apposta per me, fin da quando avevo nove o dieci anni.
Mio padre poi non mancava mai di farmi trascorrere qualche mattina a caccia di allodole con la civetta impagliata, nei giorni di passo: io manovravo il cordino per far muovere le ali alla civetta e andavo a raccogliere le allodole colpite.
In premio per questo lavoro mi si permetteva di sparare qualche colpo a mia volta, con la precauzione di caricare solo la prima canna della doppietta, per evitare troppi rischi.
Ai tiri, cioè la prova pratica di tiro che andava superata al Tiro a Segno Nazionale, me la cavai dignitosamente.
A quel punto avevo la licenza, ma mi mancava ancora un piccolo dettaglio: un fucile tutto mio.
Mio padre, buonanima, mi portò un pomeriggio al negozio di Ravizza, a Milano, in Via Hoepli.
All’epoca quella era una delle migliori e più grandi armerie di Milano, e la mia emozione nell’entrare in quel tempio della caccia fu indescrivibile.
Ci rivolgemmo ad un addetto alle vendite che ci era già ben conosciuto per aver lavorato in precedenza in un’altra armeria di Milano, presso la quale i miei parenti si servivano storicamente, ma che aveva chiuso i battenti.
Non ricordo quali proposte ci vennero fatte, ma ricordo bene che la scelta cadde su una bella Sauer & Sohn modello Royal, in calibro 12. Aveva mezze batterie (come si diceva allora) con avvisatore di arma carica, sicura automatica, calcio con poggia guancia e, meraviglia delle meraviglie, estrattori automatici.
Ci piacque talmente tanto che mio padre ne acquistò una anche per sé, in sostituzione della sua vecchia a cani esterni.
Sul fucile non si era badato a spese, ma occorreva adesso risparmiare un pochino sugli accessori e siccome un pivello come me avrebbe dovuto fare molto esercizio, anche sulle cartucce; almeno su quelle per la piccola selvaggina che sarebbe stata il mio obiettivo fino a quando non avessi ben assimilato l’arte del tiro a volo.
Ma l’armeria Ravizza non era il luogo adatto per chi volesse badare molto alle spese.
A chi rivolgersi, allora?
Elementare: ai grandi magazzini de “La Rinascente”, in Piazza del Duomo, a Milano.
A raccontarlo oggi non ci si crede, eppure è vero: a La Rinascente c’era un reparto adibito a caccia e pesca, dove si potevano acquistare abbigliamento, buffetterie e munizioni.
Sinceramente non ricordo se vendessero anche fucili, la memoria mi tradisce.
Ricordo però bene che acquistammo un centinaio di cartucce a piombo 10, di non so più quale marca, ma indimenticabili per il funereo colore nero del bossolo e per il curiosissimo odore di liquirizia che lasciavano nell’aria allo sparo.
Tanto cattive però non dovevano essere perché tornai a rifornirmene almeno in un paio di occasioni.
Ultimo, ma primo per importanza, il cane.
Io non avevo, e non potevo avere un cane mio, né lo avevano i miei parenti, costretti com’eravamo in appartamenti cittadini; ma per fortuna c’era Kira.
Kira era un bravo bracco tedesco appartenente a certi amici di Lomellina che ci permettevano di considerarlo come nostro perché loro avevano ben poche occasioni di portarla a caccia perché il suo padrone era all’estero per lavoro, e ci sarebbe rimasto a tempo indeterminato.
Licenza, cane, fucile, cartucce, voglia di andare: tutto era pronto per il mio ingresso ufficiale nel mondo della caccia.
Ma questa è un’altra storia.

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