Da settembre a dicembre io ero il più inaffidabile degli impiegati: distratto, sempre stanco, spesso con le mani e la faccia graffiate profondamente, da non potermi guardare.
Il peggio è che in quei quattro mesi io prendevo le ferie: ogni mercoledì io ero assente dall’ufficio, lasciando i colleghi e i clienti senza un supporto adeguato.
Il fatto è che con mio padre e mio zio avevo preso in affitto tre locali in una cascina in un remoto paese della Lomellina.
Ogni martedì sera, finito il lavoro, partivo con loro e il mercoledì mattina eravamo sul posto, pronti per una nuova, entusiasmante battuta di caccia.
Lo stesso facevamo il venerdì sera, per dedicare il successivo weekend alla caccia, ma questo non era un problema del mio capufficio, tutt’al più della mia fidanzata, poverina.
I locali erano due al pianterreno, una cucina e un soggiorno, ed uno al primo piano: la camera da letto, una sola per tutti e tre.
Di riscaldamento, ovviamente, neppure l’ombra.
Ricordo che d’inverno, per andare a letto ci vestivamo, anziché spogliarci ed io, memore del servizio militare fatto in alto Friuli, con 15 gradi sotto zero, mi coricavo con in testa un passamontagna calzato al contrario, per tener caldo il viso, tanto la nuca poggiava sul cuscino.
L’estate e l’autunno, invece, erano le zanzare e le mosche a tenere banco e nessuno di noi aveva la pretesa di sgominarle: ci lasciavamo pungere e pizzicare con stoica rassegnazione.
La setter si regolava diversamente: nella buona stagione dormiva in cortile, in una buca che si era scavata sotto un’ortensia, e non c’era verso di smuoverla di lì; mentre in pieno inverno la costringevamo a dormire con noi, su una stuoia posta ai piedi del letto di mio padre.
Era un posto che si era scelta da sola, e non c’era verso di farle cambiare idea: è anche vero che lei e mio padre avevano un rapporto speciale, per cui mancava poco che mia madre ne fosse gelosa.
La sera la cena era spesso semplificata riscaldando qualche pietanza portata da casa e dopo averla consumata ci stringevamo attorno al tavolo a bere qualcosa, a fumare (non mio zio, che credo non abbia mai acceso una sigaretta in vita sua) e a fare piani per il giorno successivo.
"Se ci muoviamo presto possiamo fare la posta alle anatre per una mezzora all’Isolone, poi quando fa chiaro lasciamo il cane e cerchiamo beccaccini nelle stoppie, fino ai campi dell’Aeroplano".
"Oppure andiamo giù al fiume e costeggiamo le lanche: qualche colloverde lo rimediamo di certo, e anche qualche beccaccino, però bisogna muoversi più presto ancora perché ci vuole una mezzora di macchina".
"Sì, però il Mario dice che ha sentito il maschio cantare stasera al tramonto, dietro la cascina: a me un bel fagianone non farebbe certo dispiacere.
Questi erano i nostri discorsi la sera, fatti alla luce di una lampadina da 40Watt, in una bolla felice fuori dal mondo.
Oggi io sono quasi vecchio, la setter non c’è più: caccia assieme a mio padre e a mio zio in posti bellissimi, che io posso solo sognare; e neppure c’è più la vecchia cascina.
E mentre ricordo quei giorni e le persone amate, piango.
Ma che bella vita è stata!
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