Ora vi scrivo qui il brano successivo, il continuo:
Lo condusse al centro del cortile, poi si inginocchiò e col dito disegnò qualcosa nella terra sporca.
«Cos’è?» chiese.
«Una capra» disse Hant’a, e guardò Mařenka, che stava dentro la cassa e si picchiettava la fronte col dito.
«È un cervo. Un cervo morto!» gridò il capo, ma poi si calmò. «E quello che accompagna il cacciatore, il proprietario della riserva, o guardacaccia, stacca un ramoscello e lo spezza col coltello da caccia del cacciatore. E una metà la infila nel punto in cui è penetrato il pallino… ovvero nel foro d’entrata».
«Bene, e se i fori d’entrata sono due?»
«Che cosa?» chiese il capo, anche se aveva sentito benissimo.
«Beh, metti che ha sparato al cervo con un fucile a pallini…».
«*****, *****! E che stiamo parlando di bracconieri? Un cacciatore, un vero cacciatore, per i cervi utilizza solo il fucile a palla. Comunque, l’altra metà di ramoscello la infila nelle fauci, l’ultimo boccone…». Il capo staccò un pezzo del ramo d’asparago che spuntava dalla borsa di Hant’a, si inginocchiò di nuovo e lo infilò nel disegno, in bocca.
«Nel gergo dei cacciatori si dice l’ultimo pasto, vero?» chiese Hant’a.
«L’ultimo boccone ho detto! Ultimo boccone!»
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