Racconto vincitore concorso Ars Venandi

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Marco Ramanzini
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  • Marco Ramanzini

    #1

    Racconto vincitore concorso Ars Venandi

    Non è mai tardi
    La casa apparve come sempre quasi all’improvviso, passata l’ultima curva della strada che si inerpicava sul fianco della montagna.
    La vecchia costruzione in legno e pietra sorgeva in mezzo al prato che si apriva fra i boschi. L’impressione fu quella di non essere mai andato via, eppure erano passati quindici anni dall’ultima volta che era stato lì, da dove era partito con la ferma convinzione di non fare più ritorno.
    E invece…
    Spense la macchina e rimase seduto, ascoltando il ticchettio del motore della grossa berlina che si andava freddando. Sorrise al pensiero degli sguardi che gli avevano riservato giù in paese. Certo di macchine così lì se ne vedevano poche, per non dire nessuna. Qualche fuoristrada, un paio di vecchie familiari… non era proprio cambiato nulla. Non era posto da turisti, né estivi né invernali, e salvo qualche parente che veniva da fuori a trovare chi era rimasto facce nuove non se ne vedevano mai da quelle parti
    Riandò agli avvenimenti degli ultimi giorni, alla telefonata di Tonio, il vecchio amico di suo padre Michele, che abitava nella casa subito dall’altra parte del torrente. Non sapeva neppure come era riuscito a rintracciarlo, visto che non aveva lasciato nessun recapito, ma è anche vero che il suo nome – pensò con una punta di soddisfazione – ultimamente era stato su qualche quotidiano per vicende legate alla sua professione e forse la notizia era arrivata anche nel piccolo paese di montagna.
    Comunque fosse, Tonio lo aveva rintracciato e lo aveva avvertito della morte di Michele.
    Era stato lui a trovarlo, richiamato dai muggiti delle mucche che reclamavano la mungitura, aveva spiegato, addentrandosi poi in una serie di particolari non necessari e di divagazioni. Forse lo aveva fatto per riempire il silenzio pieno di imbarazzo che sentiva dall’altra parte del telefono.
    «Verrai per il funerale?»
    «Mah, non so, così all’improvviso… Sì, credo… insomma, credo proprio che ci dovrò essere» aveva risposto Giacomo, frastornato da quella notizia, la prima che da lungo tempo aveva dal suo paese.
    Aveva dovuto organizzarsi rapidamente, rimandando una serie di appuntamenti di lavoro, preoccupandosi di assicurare al titolare dello studio in cui lavorava e del quale sperava di riuscire a diventare uno dei soci entro poco tempo, che sarebbe rientrato il prima possibile, appena sbrigate le formalità legate alla «faccenda», come aveva sbrigativamente e freddamente definito la morte del padre di fronte allo sguardo un po’ perplesso dell’altro, che forse aveva attribuito il suo atteggiamento allo shock.
    Non aveva invece dovuto preoccuparsi che i suoi sentimenti fossero equivocati dalla donna con cui viveva, una giovane professionista che senza nemmeno aspettare che glielo chiedesse – «ma lo avrei poi fatto?» si domandava ora – si era affrettata a informarlo che non avrebbe certo rinunciato al party in programma proprio per quel venerdì sera, che tanto significava per la propria carriera, per accompagnarlo in quel paesino dimenticato da Dio, che nulla aveva di elegante, mondano o seppur lontanamente di tendenza. Di tendenza… aveva detto proprio così…
    «Del resto – aveva concluso con il sorriso acido che lui ben conosceva e che riservava a tutto quanto non le andava a genio – non capisco nemmeno cosa tu ci vada a fare… In fondo sono anni e anni che non ne sapevi più nulla…». Era vero, eppure non aveva potuto fare a meno di rimanere ferito dalla sua mancanza di sensibilità, anche se nelle rare occasioni in cui ne avevano parlato lui stesso aveva detto che quel padre era come fosse già morto. Anche questa volta però, pur trovandola sempre più irritante, non aveva saputo ribatterle nulla, se non che non aveva importanza, che si divertisse e che lui preferiva andare da solo.
    Un leggero bussare sul vetro lo riscosse dai suoi pensieri.
    Il vecchio Tonio era uguale a come lo ricordava. Il tempo non sembrava essere passato per lui, forse perché quando se ne era andato sembrava già vecchio… Ma quanti anni aveva… dovevano essere… sì, ora ricordava: due più di suo padre, quindi andava già per gli ottanta.
    Eppure era lì, dritto e secco, col viso cotto dal sole e dagli inverni e il corpo temprato dalla fatica di una vita non facile.
    Lui e suo padre erano relitti di un'altra epoca, di tempi che ora sembravano appartenere a secoli prima e non in fondo a pochi decenni. Insieme erano cresciuti nel piccolo paese; insieme erano andati a scuola facendo d’inverno chilometri sulla neve, fino a quello stanzone che accoglieva tutte le classi e tutti i ragazzi della valle; insieme erano cresciuti, andando a caccia per le montagne e i boschi della zona; insieme erano partiti soldati e sempre insieme erano tornati al paese, a baita, come dicevano i vecchi montanari. E da lì non si erano più mossi.
    «Ciao Giacomo»
    «Ciao Tonio, come stai?»
    Il vecchio rispose alzando le spalle, quasi a voler dire che a quell’età la domanda era priva di significato.
    «Allora sei venuto»
    «Certo. Dopo tutto è… era sempre mio padre »
    Tonio non commentò, lasciando vagare lo sguardo verso il bosco, dove la sera stava già infittendo le ombre gettate dagli alberi.
    «Io ho preferito non venire al funerale. Tuo padre sarebbe stato d’accordo. Troppi ne abbiamo lasciati andare avanti… Troppi ne ho visti. Ho preferito salutarlo da lassù – e indicò una zona in alto, dietro la casa, dove con suo padre erano soliti andare a lepri –. Poi sono venuto a sistemare le bestie. Domani mattina ci penserò di nuovo io, non ti preoccupare. Poi dovrai dirmi cosa ne vuoi fare…»
    «Venderò tutto Tonio – lo interruppe Giacomo –. Anzi, se a te e ai tuoi figli interessa ci troveremo sicuramente d’accordo. La mia vita non è qui. Non saprei di che farmene dì una fattoria e degli animali».
    Un velo di tristezza attraversò gli occhi del vecchio montanaro… «Sai, con tuo padre parlavamo, non aveva mai perso la speranza di vederti tornare. Certo hai il tuo lavoro, ma almeno la casa potresti tenerla…»
    Giacomo lo interruppe con una risata priva di allegria. «Incredibile! Credeva davvero che avrei voluto in qualche modo tornare qui? So che eravate buoni amici Tonio, ma è impossibile. E comunque, scusami se sono brusco, ma non sono affari che ti riguardano. Ti ringrazio per quanto hai fatto e ti prego di badare tu agli animali fino a quando tutto sarà sistemato. Se le prenderai tu… bene. Altrimenti mi farai sapere quanto ti devo per il disturbo. Ora sono stanco. Dalla città a qua è un bel tratto, poi il funerale e tutto il resto… domani mattina vorrei ripartire il prima possibile. Prenderò solo le poche cose che erano di mia madre e me ne andrò. Del resto non me ne frega niente. Il vecchio avvocato Sandri si occuperà della vendita di tutto. Te l’ho detto: se ti interessa fai un’offerta. Sono sicuro che saprai dare il giusto valore e io non tirerò certo sul prezzo. L’unica cosa che mi preme è chiudere il prima possibile questa faccenda. Se in paese ci fosse una locanda non dormirei neppure qui. Avevo giurato che non avrei mai più messo piede in questa casa».
    «Giacomo…»
    «Buonanotte Tonio»
    Il vecchio non rispose, restò a fissarlo per un attimo e poi si incamminò per il sentiero che portava alla sua casa.
    Giacomo si era pentito subito di quella rudezza e fu quasi tentato di richiamarlo per scusarsi, ma preferì lasciare perdere. In fondo, che importanza aveva…
    Non appena messo piede in casa fu assalito dai ricordi. Se lo aspettava e sarebbe rimasto sorpreso del contrario. In quella casa era cresciuto ed aveva vissuto per anni, sempre sereno, spesso felice anche quando i tempi erano duri e le cose non andavano sempre per il verso giusto, con la fattoria che non rendeva quanto avrebbe potuto.
    Si aggirò per le stanze ora vuote e silenziose, passando leggero le dita sui pochi mobili di legno massiccio, guardando le vecchie foto in bianco e nero dei nonni e dei parenti appese alle pareti, riconoscendo oggetti e suppellettili…
    Sul tavolo della cucina trovò un piatto coperto con un tovagliolo candido. Qualcuno, Tonio sicuramente, aveva lasciato un po’ di carne affumicata, un pezzo di formaggio e del pane.
    «Cibo da montanari» pensò. Lui adesso era abituato a ben altre cene, ad altre pietanze…
    Per stasera avrebbe dovuto accontentarsi, anche se una strana angoscia gli chiudeva lo stomaco. Con un sospiro portò controvoglia alla bocca il formaggio. Il sapore del latte e del fieno gli riempì i sensi e per un attimo gli parve di tornare bambino.
    Si alzò di scatto dalla sedia, quasi a cancellare un pensiero fastidioso, ricominciando a girovagare per casa.
    Finalmente si decise ad entrare nella stanza dove suo padre teneva i conti, i documenti importanti e tutte le sue cose. Sfiorò il dorso dei libri che occupavano la libreria nell’angolo, una scaffalatura fatta di tavole robuste che lui e suo padre avevano costruito insieme. Michele non aveva studiato molto, ma un maestro intelligente e sensibile gli aveva saputo trasmettere l’amore per la lettura dei classici che non lo aveva mai abbandonato. Così, piano piano perché i libri rappresentavano un lusso superfluo, si era costruito la sua piccola biblioteca, fatta di volumi ormai vecchi e logori, che leggeva e rileggeva. Nell’altro angolo la fuciliera, dove teneva sottochiave i suoi altri unici tesori, la doppietta e la vecchia carabina Mauser col cannocchiale.
    Di nuovo fu travolto dai ricordi… le sveglie prima dell’alba per andare su in alto, oltre i larici, dove pascolavano i camosci; le lunghe attese prima che uscisse il capriolo; il frullare dei galli, su, in alto, fra mirtilli e rododendri. I voli di bianche e le corse della lepre…
    La Diana, la Titta, Lampo… i segugi del padre, che da ragazzino, non appena avuta l’età per farlo, governava, sapendo di svolgere un compito di grande importanza, fiero che quel cacciatore ammirato da tutti per la sua bravura e la sua passione lo affidasse proprio a lui.
    Ricordò il suo primo camoscio, fresco di licenza… L’orgoglio che aveva letto negli occhi dell’uomo gli aveva riempito il cuore d’amore per lui e fino a che aveva potuto lo aveva sempre accompagnato a caccia. Già, la caccia… era stato il primo terreno di scontro, quando dalla città dove andava a studiare tornava al paese, con la testa imbottita delle idee di altri, che disegnavano suo padre e quelli come lui come assassini, barbari violentatori della natura, incivili retrogradi.
    Nel fondo del suo cuore sapeva che non era così, ma la voglia di essere accettato, di omologarsi agli altri che appartenevano a quel mondo di cui ora voleva sempre più essere parte lo spingevano a rinnegare quella che anche per lui era stata una grande passione, ripagando con sprezzanti commenti e vuota propaganda i sacrifici fatti per fargli avere una vita migliore.
    E poi la politica, la religione… tutti i valori che suo padre e sua madre gli avevano trasmesso iniziarono uno dopo l’altro ad essere usati a pretesto per cercare lo scontro con Michele, che non capiva cosa stesse accadendo a suo figlio, ma che un carattere altrettanto duro e tenace spingeva a ribattere colpo su colpo.
    Fino alla crisi finale, tornando a casa dopo il funerale della madre, che fino ad allora aveva fatto da cuscinetto fra i due. Una litigata tremenda, in cui si erano detti cose terribili, in un crescendo che era sfuggito al controllo di entrambi e che lo aveva visto varcare la porta di casa per l’ultima volta, accusando il padre, che lo riprendeva per lo stile di vita che aveva adottato, di essere invidioso, di aver sempre voluto che diventasse come lui, un vecchio contadino fallito che viveva fuori dal mondo.
    Michele non lo aveva mai cercato e lui aveva fatto altrettanto, gettandosi ancora più a capofitto nel lavoro, in una città che si rendeva conto sempre più ogni giorno che passava di non amare, che lo soffocava, fra gente che aveva come unico metro di misura il lusso e il denaro… Persone che vivevano secondo valori che non capiva, ma dalle quali, con un ragionamento privo di logica, voleva essere disperatamente accettato, perché quello era il segno del successo, della fama, la conferma che era qualcuno e non il figlio di un povero montanaro…
    «E ci sono riuscito alla faccia tua – pensò – tua, che l’ultima volta che ci siamo visti hai detto che stavo sbagliando tutto, che quelle non erano le cose che contavano veramente… Che non mi avevi fatto studiare per vedermi gettare alle ortiche tutto quello che mi avevi trasmesso, quello in cui credevi. Cosa volevi saperne tu, che non sei mai uscito da questo paese di morti… Io il successo l’ho avuto. Ho soldi, una bella donna al fianco, una macchina che da sola vale più di quanto tu abbia mai guadagnato. Faccio una bella vita fra feste e vacanze in posti alla moda… Ma che ne sai tu, che non ti sei mai riposato un giorno in tutta la tua vita e sei morto qui, solo come un cane».
    «Ma cosa sto facendo – pensò – adesso mi metto anche a litigare con un morto. Devo andarmene prima possibile. Vediamo se trovo l’atto di proprietà della casa e gli altri documenti e poi…»
    Aprì l’anta dell’armadio dove il vecchio teneva da sempre le carte importanti, cominciando a sfogliare rapidamente i documenti ordinatamente raccolti dentro una serie di buste. Il suo sguardo fu attratto da una serie di grossi volumi. Sembravano quasi libri mastri, etichettati anno per anno. Ne aprì uno e riconobbe la scrittura chiara e ordinata di suo padre. Ne scorse qualche riga. «Caro Giacomo…». Caro Giacomo, che scherzo era? Cosa erano quei volumi?
    Finalmente capì. Erano diari. Un rapido controllo gli confermò che ce ne era uno per anno da quando aveva abbandonato la casa. Ogni giorno una serie di annotazioni e ognuna cominciava con «Caro Giacomo».
    Perplesso, un po’ stordito si mise a leggere… per quindici anni, giorno dopo giorno suo padre gli aveva parlato attraverso quelle pagine e lo aveva tenuto al corrente del trascorrere delle stagioni, di quanto accadeva in paese, della sua vita, dei suoi pensieri, come fosse stato presente… Da quelle pagine adesso gli parlava raccontandogli tutto quello che non gli aveva mai raccontato prima, i suoi pensieri, i suoi ricordi, le sue paure...
    Lesse del rimpianto per la moglie, dello sconforto per lui, per quel figlio perduto. Lesse di quella caccia che tanto aveva amato e che senza Giacomo non aveva più lo stesso sapore; delle tante cose che aveva cercato di insegnargli, un compito nel quale sentiva evidentemente di aver fallito.
    Lesse di un uomo che lo amava teneramente, tenacemente malgrado tutto quello che si erano detti e tutto quello che gli aveva fatto. E finalmente pianse. Pianse come credeva non fosse possibile perché aveva capito quanto aveva perso. Pianse per lui, per il dolore che gli aveva causato. Pianse per se stesso, per la propria vita. Pianse perché si rese conto di essere ormai solo. Pianse straziato da un dolore che non credeva possibile provare e pregò un Dio che non sapeva neppure più di avere perché quell’angoscia non lo abbandonasse, ricordandogli il dolore che in silenzio doveva aver sofferto il padre. La luce dell’alba lo trovò così. Alzando gli occhi dall’ennesimo diario che aveva in mano vide nel prato dietro la casa un maschio di capriolo. Si alzò lentamente e aprì la finestra, certo che l’animale sarebbe scappato al minimo rumore. Il selvatico invece alzò la testa lentamente e lo guardò. Rimasero a fissarsi per un tempo che gli parve interminabile, poi lentamente il capriolo si diresse verso il bosco. Un attimo prima di sparire fra gli alberi si soffermò nuovamente e girò la testa per fissarlo e in quello sguardo a Giacomo parve di leggere la risposta alle sue preghiere.
    Il calore e l’odore della stalla lo accolsero mentre entrava. Il vecchio Tonio sollevò appena la testa dalla vacca che stava mungendo e non disse nulla, limitandosi a spostare la pipa spenta da un lato all’altro della bocca. Giacomo si guardò un attimo attorno, afferrò uno sgabello e un secchio e si mise di spalle al vecchio.
    «Anche mungere è come andare in bicicletta» pensò fra sé sorridendo per la prima volta da quando era arrivato. «Per la prima volta da mesi, se si escludono i sorrisi di circostanza» precisò con se stesso. Nella stalla tutto era silenzioso a parte il rumore del latte che batteva contro il metallo del secchio e il fieno sotto i denti delle bestie.
    «Avrò bisogno di qualcuno che mi dia una mano con la fattoria Tonio. Io ho perso anche il ricordo dei lavori da fare e di come farli. Ma se tu e i tuoi ragazzi mi aiuterete credo di farcela».
    Il vecchio rispose con un grugnito che Giacomo interpretò come un sì.
    «E poi… vorrei tornare a caccia. Pensavo che potrei venire con voi qualche volta, se non vi è di disturbo. Mi ci vorrà del tempo per ricordare tutto quello che mio padre mi aveva insegnato».
    Dopo un silenzio che parve interminabile Tonio rispose con un altro grugnito.
    Giacomo si accorse di aver trattenuto il fiato e riprese a mungere. Sentiva una grande pace dentro di sé. Una pace che non aveva provato da anni.
    «Bentornato a casa, Giacomo» disse finalmente la voce di Tonio.
    «Grazie. Credo che non me ne andrò mai più».
    E sentiva di aver detto la verità.
  • PigKill

    #2
    bisognerà che paghi da bere al forum!!![bi][bi]

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    • PigKill

      #3
      bisognerà che paghi da bere al forum!!![bi][bi]

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      • Massimo
        ⭐⭐⭐
        • Jul 2006
        • 2647
        • Roma, Roma, Lazio.
        • Pointer/Mora/Gina

        #4
        Che bello questo racconto!!! Mi ha ricordato quelli che leggevo tanti,troppi,anni fa su Diana che spesso mi emozionavano e che conservo ancora.
        Massimo C.

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        • Massimo
          ⭐⭐⭐
          • Jul 2006
          • 2647
          • Roma, Roma, Lazio.
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          #5
          Che bello questo racconto!!! Mi ha ricordato quelli che leggevo tanti,troppi,anni fa su Diana che spesso mi emozionavano e che conservo ancora.
          Massimo C.

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          • piccoletto

            #6
            Veramente complimenti, se tu fossi un bella....braccona.... ti manderei un [kiss]...emozionantissimo!!![clap][clap][clap][clap][clap][clap][clap][polup]

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            • piccoletto

              #7
              Veramente complimenti, se tu fossi un bella....braccona.... ti manderei un [kiss]...emozionantissimo!!![clap][clap][clap][clap][clap][clap][clap][polup]

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              • Marco Ramanzini

                #8
                Troppo buoni. Grazie

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                • Marco Ramanzini

                  #9
                  Troppo buoni. Grazie

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                  • Pisturo

                    #10
                    bellissimo... e tristissimo devo dire. La società odierna è una brutta bestia. per fortuna il protagonista si è ravveduto!

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                    • Diana

                      #11
                      Ricordò il suo primo camoscio, fresco di licenza… L’orgoglio che aveva letto negli occhi dell’uomo gli aveva riempito il cuore d’amore per lui e fino a che aveva potuto lo aveva sempre accompagnato a caccia.




                      Bellissimo racconto, un pò triste ma molto "vero".
                      Anche io, ho letto l'orgoglio negli occhi di mio padre quando scherzndo gli chiesi che animale fosse quello che avevo appena preso...era una beccaccia... e gli si riempirono gli occhi di lacrime...ricordi indissolubili.
                      Grazie!

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                      • ursusarctos

                        #12
                        Commovente...non trovo altre parole.Grazie per questa meraviglia.

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