Ieri sera, stimolato da una videocassetta, non ho avuto scelta.
Vedere quelle immagini di cani e di boschi mi ha stretto il cuore, come se qualcuno me lo stringesse in una morsa ferrea.
Ho spento e tirato fuori da un cassetto un album di fotografie. Sulla coperta un nome, il tuo.
Josh. Che nome stupido che ti abbiamo dato io e la tua padrona. Anzi, a dire il vero è stata lei a sceglierlo, e le prime volte che ti chiamavo ad alta voce mi vergognavo quasi.
Lo hai imparato subito, nel tragitto che da Incisa ti portava a casa. Mentre io guidavo Serena te lo ripeteva carezzandoti dietro le orecchie e tu sbadigliavi e ti accoccolavi in quella scatola che avevamo con meraviglia scoperto essere troppo piccola.
Sei sempre stato grande. Scherzando dicevo che avevo un otter non un setter...
La prima notte ti sentivi sperso, separato dalla mamma, dai fratelli di cucciolata, messo in una casa nuova, estranea… Mi sei venuto a cercare e ti sei messo sotto il mio letto e durante la notte alzavi il naso, per sentire se io ero sempre sopra.
Mi hai sempre cercato quando hai avuto bisogno, paura o anche solo voglia di una carezza.
Fino in fondo, fino agli ultimi giorni in cui provavi dolore e forse paura. Perché sicuramente avevi capito quello che ti stava succedendo.
E io, nel mio enorme e sconfinato egoismo, come già avevo fatto con mia madre, forse, anzi sicuramente, non sono stato capace di darti quel briciolo di amore in più che cercavi. Non sono riuscito a capire...
Ho sfogliato quell’album e mi sono venuti in mente tanti momenti di gioia che mi hai regalato. Il primo fagiano che mi hai trovato. E l’ultimo.
Eravamo in montagna, si era appena sciolta la neve e il guardia ha scosso la testa vedendoci andare via. «Non troverete nulla». Lo sguardo che ti ha dato quando siamo tornati con due fagiani è valso più di mille parole.
Ricordo la volta che mi hai ringhiato quando ti ho mandato via una fagiana sotto ferma, le starne in Croazia, le beccacce, i fagiani impossibili che solo tu riuscivi, non si sa come, a tirare fuori dove erano già passati altri 10 cani. Ma ricordo anche tutti i tuoi difetti, la tua testardaggine, il tuo rifiuto di riportare qualsiasi cosa non fosse più che selvatica...
Sei stato il mio primo cane e Dio solo sa il bene che ti ho voluto.
Guardando quelle foto non ho pianto. Mi è costato, ma non ho pianto.
Sono cresciuto nell’assurda convinzione che gli uomini devono morire in piedi e non piangere mai. Che cretino.
Del resto l’avevo già fatto quando mi hanno detto che non avremmo passato un’altra stagione di caccia insieme e non sono riuscito a farlo nemmeno quando Serena, lei sì piangendo, come non l'avevo mai sentita e come spero di non sentirla mai più, mi ha detto al telefono che non ti avevano risvegliato da quell’ultimo tentativo di lasciarti ancora un po’ con noi.
Come al solito non c’ero.
Non ci sono mai nelle cose che contano nella vita.
Chissà, forse anche questa forma di vigliaccheria è un dono di natura.
Di te ho come ultimo ricordo che sei venuto alla porta a vedermi andare via, anche se erano due giorni che ti dovevo spostare io dal divano portandoti in braccio.
In quel momento ho capito che sapevi, che capivi.
Ma del resto, chi dice che le bestie non capiscono mi ha sempre fatto pietà, quindi nessuna meraviglia.
Non so quando il mio cammino su questa terra avrà fine per me. Presto, tardi... non è dato di saperlo.
Mi piacerebbe credere in un Dio che ci conceda un’altra vita dopo questa.
Se c’è, deve esistere anche per gli animali.
Se c’è, sei lì che mi aspetti. In ferma come hai fatto decine di volte, in attesa di un frullo che questa volta durerà per l’eternità.
Addio amico mio, addio e perdonami se non sono stato alla tua altezza e non sono riuscito a darti lo stesso amore incondizionato che tu hai saputo donare a me.
Commenta