Tutta colpa dei cacciatori stranieri. Di più. Tutta colpa, guardacaso, dei turisti italiani con la passione per il grilletto, sostengono alcune associazioni venatorie albanesi.Lo spunto all’accusa - come riferisce l’agenzia di stampa GeaPress - lo offre una fotografia postata forse con troppa superficialità su Facebook da un gruppo di cacciatori sardi e divulgata dal Segretario generale della Federazione dei cacciatori Albanesi.
L’immagine ritrae uno di loro che spinge una carriola strapiena di anatre mentre la didascalia recita: «Bella l’Albania… In Albania puoi fare quello che ti pare, in Sardegna invece, nonostante il calendario venatorio più restrittivo d’Europa, con il solito ricorso degli animalisti, i tordi te li puoi scordare. W la caccia in Albania...». E non sono comunque solo i cacciatori a puntare il dito contro gli italiani in trasferta venatoria.
Lo fa, seppur molto più diplomaticamente anche il ministro dell’Ambiente, Lefter Koka, che condivide l’asserzione che i cacciatori stranieri «ne farebbero di tutti i colori». E forse in queste parole c’è anche una velata allusione allo scandalo esploso qualche anno fa: quello dei bambini usati come cani da caccia per il riporto delle prede e “pagati” con merendine.
Oppure il ministro pensava a quei quattro cacciatori, ancora una volta italiani, fermati ad ottobre per un banale controllo dalla polizia albanese e trovati in possesso di cacciagione vietata. All’interno delle loro auto, stipati in contenitori frigorifero, erano stati trovati degli uccelli protetti e degli altri cacciabili, ma con numeri in eccesso rispetto al consentito. Con loro però il governo di Tirana ha fatto cassa: per non trattenerli in Albania in attesa di processo ha preteso 25 mila euro di multa per ogni cacciatore.
Ministero dell’Ambiente e cacciatori, divisi sulla decisione di chiudere la caccia, concordano però su altri punti: innanzitutto la drastica diminuzione della fauna e la necessità di porre delle restrizioni sulle forme venatorie più invadenti. Come il bracconaggio. In Albania, secondo fonti del governo di Tirana, ci sono circa 75mila armi da caccia regolarmente registrate, mentre almeno altre 100 mila sarebbero detenute illegalmente e usate proprio per il bracconaggio. Certo chiudere la caccia non cancellerà questa pratica ma almeno dovrebbe rendere più facile l’identificazione dei bracconieri.
«In Albania - sottolinea il presidente nazionale della Federazione italiana della caccia, Gianluca Dall’Olio - non esiste un piano di sostenibilità della caccia. Non è mai stata fatta, come invece è previsto per i paesi membri dell’Ue, una programmazione del prelievo venatorio. Non sono mai stati fatti dei censimenti, più facili per quanto riguarda la fauna stanziale, più difficili per la migratoria che è legata a fattori climatici. C’è una totale mancanza di regole, e come sempre accade c’è chi se ne approfitta: ma è una minoranza, Se c’è stato un calo così drastico della fauna selvatica, la colpa è proprio della mancanza di regole».
Certo è più facile scaricare le responsabilità sui cacciatori stranieri che ammettere la propria arretratezza gestionale. Anche Croazia e Romania, tanto per fare due esempi, hanno saputo fare di meglio. Tirana però qualche attenuante può trovarla. Anche il turismo venatorio che negli ultimi dieci anni si è sviluppato in modo esponenziale nel Paese delle Aquile ha, infatti, le sue responsabilità. «E anche questo deve essere regolamentato - spiega Dall’Olio - C’è stata una proliferazione di proposte non sottoposte a controllo. Sicuramente c’è un po’ di speculazione che porta a una contaminazione ambientale. Si sta verificando qui lo stesso fenomeno che è accaduto con il turismo balneare: pensiamo a cosa erano le spiagge tropicali anni fa e cosa sono diventate una volta raggiunte dal turismo di massa. In alcuni casi il turismo venatorio ha portato a un vero abuso del territorio proprio per questo servono delle regole e in Albania non ci sono. Forse nel Paese avrebbero dovuto prestare maggiore attenzione alla deriva animalista».
E ancora: proprio la mancanza di regole ha permesso ai tour operator di proliferare e di offrire pacchetti venatori a prezzi più convenienti rispetto ad altri Paesi dell’Est europeo, mille, milleduecento euro per tre quattro giorni di caccia. Vitto e alloggio costano poco e lo stesso vale per i viaggi dall’Italia.
«In quanto a normativa l’Inghilterra e la Scozia sono le più severe - recita il presidente della Fidc - Lì proprio non si può trasgredire, sono implacabili. Ma anche la Romania e l’Africa se vogliamo guardare più lontano hanno posto delle limitazioni al prelievo venatorio. Proprio perché sanno che è fonte di ricchezza. E queste limitazioni hanno un prezzo». «La caccia - conclude - va difesa attraverso una proposta di sostenibilità della stessa. Vale anche per l’Italia, siamo in ritardo ma è un ritardo che va superato».
Fonte: ilsecoloxix.it
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