Le ho riportate fedelmente per condividerle con chi non ha avuto modo di leggere l'intervista e anche per poterne parlare con voi appassionati di questo magnifico animale.
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Il confronto tra i due Paesi non è possibile. L’organizzazione della caccia in Francia è unica nel suo genere: è piramidale e abbiamo un’unica Federazione Nazionale di Caccia. Significa che una legge si applica a tutto il Paese (con qualche possibilità di modulazioni dipartimentali o regionali) e la rete scientifica e tecnica è prerogativa di un solo istituto, l’ONCFS, che è sotto il controllo dello Stato. Per realizzare una gestione razionale della beccaccia in Italia, occorrerebbe che le diverse federazioni o associazioni venatorie italiane, così come le associazioni specialistiche dei cacciatori, si astenessero dalla loro volontà di “particolarismo egemonico” e che almeno nella gestione delle specie migratrici, tra cui la beccaccia, si generi un consenso nazionale a partire dal contributo di ciascuno; ciò permetterebbe in una prima fase di armonizzare, giustificandole, le misure di gestione esistenti qua e là. Finché questa unione non sarà realizzata, l’Italia resterà sotto la minaccia di referendum che porteranno all’abolizione della caccia in alcune regioni, come è già “quasi” accaduto.
Ci sono differenze tra il beccacciao italiano e quello francese?
Cerchiamo di capirci sul termine beccacciao, che è sensato nel definire un cacciatore specialista della caccia alla beccaccia col cane da ferma (l’utilizzo di un cane da cerca non è, a mio avviso, inaccettabile). La definizione “cacciatore specializzato” non è legata alla quantità del prelievo, ma al tempo di caccia. Una volta che un cacciatore passa più del 50% del suo tempo libero cacciando secondo l’etica corretta le beccacce, che sia italiano o francese, si può dire che sia un beccacciaio.
Per concludere, caro Gerard, la vostra formula “cacciare il più possibile uccidendo il meno possibile” è ancora una visione che ha un futuro nel mondo della caccia?
Questa formula è sbocciata e suona bene… Per me è sempre stata ambigua e un po’ ipocrita. Per avere un senso concreto, nell’ambito di un’attività venatoria sostenibile, deve essere motivata e ragionevole sia relativamente all’importanza dell’occupazione dei territori, sia dei prelievi. Per rafforzare queste parole sappiate che nel mio dipartimento ho limitato il numero di giorni di caccia (quattro a settimana) nel lontano 1978 e ho iniziato a discutere nella rivista del CNB La Mordorée del Prelievo Massimo Autorizzato di beccacce già nel 1979… Ero visionario, realista o pazzo?
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