Strana cosa le radici. Quelle della propria anima intendo. Quello che ti fanno sentire parte di un tutto più grande e senza le quali la vita è solo un passaggio, più o meno rapido, che difficilmente lascia traccia. Un qualcosa che impercettibilmente, ma in modo deciso, fa sì che tu sia quello che sei e niente altro.
Ognuno le trova, o crede di trovarle, nelle cose più diverse, perché ovviamente non sono al di fuori, ma dentro di noi. Gli oggetti servono solo ad aiutarci a metterle meglio a fuoco, a renderle in certo qual modo più concrete, afferrabili. Così possono essere tante o poche, una, mille o nessuna.
Le mie sono anche dentro un armadio, un po’ odorose di naftalina e di tempo passato. Una prende la forma di una giacca di una divisa. Nera. Con gli alamari d’argento. Di quando Patria e Stato si potevano scrivere con la maiuscola e essere orgogliosi di servirli. L’avrei portata con orgoglio e con lo stesso spirito, ma le cose cambiano e quando sarebbe stato il mio turno si era ormai trasformato in un lavoro come un altro. Chissà, a ben pensarci è meglio così.
L’altro è un tabarro. Non da signori. Non è nato con la fodera rossa di seta e il collo di pelliccia.
A tenerlo chiuso non c’erano mascheroni d’argento, ma un umile gancetto, funzionale quanto brutto. Roba rustica, di panno pesante. Fatto non per abbellire, appunto, ma per tenere caldo quando anche una fascina per la stufa era una ricchezza di cui tenere di conto.
Un tabarro non è una divisa. Così, tanto mi sentirei sciocco ad indossare la prima, tanto mi è naturale avvolgermi nel secondo. A volte lo metto nelle giornate più fredde dell’anno. Attorno a Natale, quando tutto dovrebbe essere allegria e a me invece, sgorga dall’animo la nostalgia di tempi e persone che non ci sono più. Ma è in fondo una nostalgia piacevole, che ti fa compagnia e non ti intristisce più di tanto. Indossarlo alla fin fine non è più strano di portare certi giacconi alla moda che si vedono a giro, senza contare che è comodo da mettere e da levare, senza maniche da sfilare, cerniere o bottoni da sciogliere.
Quello che mi piace di più però è la sensazione che mi trasmette. Sotto l’odore della lana mi arriva il respiro di inverni lontani,di nebbie pesanti; dense, come sanno essere solo quelle a nord del Grande Fiume, come lo chiamava Giovannino Guareschi.
Sono odori di terra e di campagna; profumi magici di galaverna, che spezza i rami degli alberi e rende il mondo una fantasia di vetro. E di fumo, di vino rosso caldo e di polenta girata nel paiolo di rame.
E sotto, sottile sottile, un odore più leggero, quasi impercettibile anche col naso della fantasia. Quello di olio e polvere da sparo di una doppietta tenuta con le canne in basso, al riparo dall’umido e dalla pioggia. Proprio come faccio io quando in quelle mattine un po’ speciali fra realtà e sogno mi metto gli stivali, mi avvolgo nel suo tepore e, un fischio al cane, faccio le gronde del padule inseguendo il sogno di un beccaccino.
Le mie radici, quello che quei due capi di abbigliamento rappresentano, lo avrete capito, sono i mie due nonni. Uno toscano, l’altro di Verona, ma originario di Mantova. Non potevano essere più diversi, eppure tutti e due, a modo loro, mi hanno trasmesso gli stessi valori e gli stessi principi. Hanno fatto sì che diventassi quello che sono. Spero che almeno un po’ ne siano orgogliosi. Io di loro lo sono.
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