Il tabarro

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Marco Ramanzini
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  • Marco Ramanzini

    #1

    Il tabarro

    Il tabarro
    Strana cosa le radici. Quelle della propria anima intendo. Quello che ti fanno sentire parte di un tutto più grande e senza le quali la vita è solo un passaggio, più o meno rapido, che difficilmente lascia traccia. Un qualcosa che impercettibilmente, ma in modo deciso, fa sì che tu sia quello che sei e niente altro.
    Ognuno le trova, o crede di trovarle, nelle cose più diverse, perché ovviamente non sono al di fuori, ma dentro di noi. Gli oggetti servono solo ad aiutarci a metterle meglio a fuoco, a renderle in certo qual modo più concrete, afferrabili. Così possono essere tante o poche, una, mille o nessuna.
    Le mie sono anche dentro un armadio, un po’ odorose di naftalina e di tempo passato. Una prende la forma di una giacca di una divisa. Nera. Con gli alamari d’argento. Di quando Patria e Stato si potevano scrivere con la maiuscola e essere orgogliosi di servirli. L’avrei portata con orgoglio e con lo stesso spirito, ma le cose cambiano e quando sarebbe stato il mio turno si era ormai trasformato in un lavoro come un altro. Chissà, a ben pensarci è meglio così.
    L’altro è un tabarro. Non da signori. Non è nato con la fodera rossa di seta e il collo di pelliccia.
    A tenerlo chiuso non c’erano mascheroni d’argento, ma un umile gancetto, funzionale quanto brutto. Roba rustica, di panno pesante. Fatto non per abbellire, appunto, ma per tenere caldo quando anche una fascina per la stufa era una ricchezza di cui tenere di conto.
    Un tabarro non è una divisa. Così, tanto mi sentirei sciocco ad indossare la prima, tanto mi è naturale avvolgermi nel secondo. A volte lo metto nelle giornate più fredde dell’anno. Attorno a Natale, quando tutto dovrebbe essere allegria e a me invece, sgorga dall’animo la nostalgia di tempi e persone che non ci sono più. Ma è in fondo una nostalgia piacevole, che ti fa compagnia e non ti intristisce più di tanto. Indossarlo alla fin fine non è più strano di portare certi giacconi alla moda che si vedono a giro, senza contare che è comodo da mettere e da levare, senza maniche da sfilare, cerniere o bottoni da sciogliere.
    Quello che mi piace di più però è la sensazione che mi trasmette. Sotto l’odore della lana mi arriva il respiro di inverni lontani,di nebbie pesanti; dense, come sanno essere solo quelle a nord del Grande Fiume, come lo chiamava Giovannino Guareschi.
    Sono odori di terra e di campagna; profumi magici di galaverna, che spezza i rami degli alberi e rende il mondo una fantasia di vetro. E di fumo, di vino rosso caldo e di polenta girata nel paiolo di rame.
    E sotto, sottile sottile, un odore più leggero, quasi impercettibile anche col naso della fantasia. Quello di olio e polvere da sparo di una doppietta tenuta con le canne in basso, al riparo dall’umido e dalla pioggia. Proprio come faccio io quando in quelle mattine un po’ speciali fra realtà e sogno mi metto gli stivali, mi avvolgo nel suo tepore e, un fischio al cane, faccio le gronde del padule inseguendo il sogno di un beccaccino.
    Le mie radici, quello che quei due capi di abbigliamento rappresentano, lo avrete capito, sono i mie due nonni. Uno toscano, l’altro di Verona, ma originario di Mantova. Non potevano essere più diversi, eppure tutti e due, a modo loro, mi hanno trasmesso gli stessi valori e gli stessi principi. Hanno fatto sì che diventassi quello che sono. Spero che almeno un po’ ne siano orgogliosi. Io di loro lo sono.
  • ciccio

    #2
    Caro Ramanzini,

    il Tabarro, mantello caldissimo e soprattutto veneto di nascita, è un capo ottimo e pratico d'inverno, come bene lo descrivi tu in qesto tuo "pezzo", pieno di nostalgia e romanticismo storico che non fa mai male.

    E' bello ricordare i nostri avi e la Nostra Storia; un pò di Nazionalismo non guasterebbe in una Italia di oggi, che scimmiotta in malo modo la modernità di essere quello che non si è.

    Anche in Calabria, in quei paesi presilani c'è qualche vecchietto che ancora oggi indossa un grosso mantello scuro d'inverno.

    D'altra parte nelle litografie antiche il pastore calabrese ed anche il "brigante", viene raffigurato avvolto da questo caldissimo capo, con al fianco o in spalla un grosso "schioppo".

    Oggi giorno, forse avrebbe difficoltà a rifar capolino, forse, e ripeto forse, verrebbe un pò scomodo da indossare quotidianamente, entrando ed uscendo di frequente dalla guida della propria automobile; oppure, indossandolo, invece di andare in bicicletta, magari su di una potente "DUCATI" (per mantenermi sulla nazionalità del mezzo).

    Comunque potrebbe essere un'idea nel riproporlo come manufatto nazionale, magari in goretex o cotone cerato tipo "barbour", come indumento da caccia.

    O meglio ancora, indossarlo, Noi cacciatori, nei raduni o negli incontri al bar o ai circoli di caccia, appunto come distinguo con gli altri, magari con uno stemmino di appartenenza ad una razza di cane specifico per la caccia, o al tipo di caccia che noi svolgiamo abitualmente !

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    • Marco Ramanzini

      #3
      Esite un club, - se vogliamo chiamarlo così, ma il suo fondatore già si risentirebbe, dell'uso di questo termine straniero - cui mi pregio di appartenere, che risponde al nome di Congrega del Tabaro (sic, con un ar sola, alla veneta appunto) fondato dal trevigiano Tiziano Spigariol per riunire un gruppo di persone che, oltre ad apprezzare questo indumento, difendono e celebrano le tradizioni anche nel loro aspetto gastronomico. Un gruppo un po' epicureo, lo riconosco, ma Tiziano è veramente un grande culture delle tradizioni della sua terra veneta, cui appartengo a metà, e le porta avanti anche con l'abbigliamento, la ricerca dei tagli e dei modelli tradizionali e via di questo passo. Non è per niente male la tua idea di farne un capo per una sorta di divisa del cacciatore alla quale ti confesso penso da tempo. Gli altoatesini in fondo con le loro giacche in loden e camicie ricamate già ce l'anno, ma mi pare che pur bellissime poco si adattino al resto del nostro PAese. A me piacerebbe qualcosa dalla pianura padana in giù, e pensavo al classico fustagno, marrone scuro o tabacco, o verde. Il tabarro sulla giacca potrebbe essere un'ottima idea. Perchè no, potremmo cominciare proprio noi del bracco. Pensando magari più che a uno stemma a una spilla per non renderlo troppo appariscente anche negli altri giorni.


      PS sulla moto non credo sia molto comodo, ma in macchina io lo adopero e lo trovo comodo. Certo non devi fermarti per scendere ogni 5 minuti. Ma se non lavori per l'SDA...

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      • ursusarctos

        #4
        Sono giovane e quindi solo di sfuggita ho potuto assaporare le sensazioni descritte da Ramanzini. Me le hanno trasmesse mio nonno toscano di Empoli e gli intramontabili scritti di Guareschi. Ho sempre considerato la caccia, non come l'atto venatorio fine a se stesso, ma come un modus vivendi ricco di tradizioni e ritualizzazioni. Per questo penso che l'abbigliamento possa essere una bandiera del nostro modo di vivere, ed un segno di riconoscimento per noi seguaci di Sant'Uberto.Colgo l'occasione per ringraziare Marco Ramanzini che attraverso le pagine di Diana, mi ha fatto scoprire questo bellissimo forum. Grazie a lui e tutto lo staff della rivista, vero punto di riferimento per gli appassionati di cose di caccia.

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        • ursusarctos

          #5
          Sono giovane e quindi solo di sfuggita ho potuto assaporare le sensazioni descritte da Ramanzini. Me le hanno trasmesse mio nonno toscano di Empoli e gli intramontabili scritti di Guareschi. Ho sempre considerato la caccia, non come l'atto venatorio fine a se stesso, ma come un modus vivendi ricco di tradizioni e ritualizzazioni. Per questo penso che l'abbigliamento possa essere una bandiera del nostro modo di vivere, ed un segno di riconoscimento per noi seguaci di Sant'Uberto.Colgo l'occasione per ringraziare Marco Ramanzini che attraverso le pagine di Diana, mi ha fatto scoprire questo bellissimo forum. Grazie a lui e tutto lo staff della rivista, vero punto di riferimento per gli appassionati di cose di caccia.

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          • Marco Ramanzini

            #6
            Grazie per le tue parole Alessandro. MA come ho già avuto modo di dire e scrivere anche in questo forum siamo noi di Diana a dovervi ringraziare tutti, voi lettori, per la vostra fiducia e amicizia. Noi cerchiamo solo di fare al meglio il nostro lavoro, che fortunatamente è anche fatto di tanta passione per la caccia.

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            • Marco Ramanzini

              #7
              Grazie per le tue parole Alessandro. MA come ho già avuto modo di dire e scrivere anche in questo forum siamo noi di Diana a dovervi ringraziare tutti, voi lettori, per la vostra fiducia e amicizia. Noi cerchiamo solo di fare al meglio il nostro lavoro, che fortunatamente è anche fatto di tanta passione per la caccia.

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