La prima volta che sono stato a caccia, avevo 3 anni e mio padre mi portò a fare una passeggiata lungo l'Adige col fucile in spalla.
Frequentavo le elementari quando iniziai a seguire direttamente le imprese paterne, accompagnando il papà e i suoi amici la domenica mattina. Diventai assiduo accompagnatore che frequentavo ancora le medie.
A 18 anni ottenni la licenza, prima della patente dell'auto. Avevo sostenuto l'esme a 17 anni e qualche giorno dopo il mio diciottesimo compleanno (che viene d'ottobre) marinai la scuola per andare in Questura a ritirare la sospirata licenza. Ricordo ancora le regole di buon senso che mi raccomandava di adottare il Questore, mentre mi firmava il patentino di caccia.
Il sabato pomeriggio successivo, esauriti gli obblighi scolastici, ero già pronto per la prima uscita, con la vecchia doppietta di mio nonno e con la sua cartuccera logora riempita minuziosamente da tempo.
Ricordo che mio padre mi chiese che fucile volessi ed io, benché innamorato del sovrapposto, dissi che avrei scelto una delle due doppiette che avevamo in casa, due Beretta, una 409 e una 410. Lui pensò avrei scelto la 410, che era sì del 1945, ma non aveva mai sparato un colpo ed era ancora nuova, e molto bella tra l'altro, con le sue finiture a bastoncino dell'interno di bascula e della croce dell'astina, e coi suoi seni scavati e la bindella concava. Invece scelsi la doppietta che fu di mio nonno, quella di modello più economico ai suoi tempi, col suo calcio ormai privo della benché minima traccia di vernice e con gli zigrini consumati. La scelsi perché aveva quel sapore delle cose vissute e che avrebbero molto da raccontare, e perché c'era, in quell'arma, aria di famiglia.
E nonostante la mia rastrelliera contenga varie armi, mi ritrovo a scegliere sempre quella vecchia doppietta. Oggi come allora.


Commenta